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Voci dal carcere: Anna si racconta – sesta parte

Ecco la sesta parte della narrazione di Anna, detenuta presso il carcere di Pozzuoli. La sua storia ha appassionato tanti lettori. Per ripercorrere le tappe precedenti, ecco di seguito i link:

CLICCA QUI per la prima parte;

CLICCA QUI per la seconda parte;

CLICCA QUI per la terza parte;

CLICCA QUI per la quarta parte;

CLICCA QUI per la quinta parte.

“E dopo sforzi immensi e lotte giudiziarie, pensavo di potermi cullare in un po’ di pace psicologica, evitando lo stress che nelle more mi stava divorando con la comparsa sulla pelle di macchie chiare, diagnosticate poi come vitiligine da un dermatologo. Mi sentenziò questa malattia come non curabile, ma solo trattabile con palliativi. Cominciavo a pagare il primo prezzo per quell’immane lavoro svolto con la presunzione di non farmi affiancare da nessuno. Nel frattempo avevo creato una società con tutti i miei dipendenti i quali, ognuno di essi, risultava detentore di una quota, quasi come una cooperativa, allo scopo di salvaguardare preventivamente il lavoro acquisito con la società sotto sequestro e strapparlo ad eventuale confisca ove mai ci fosse stata.

Ciò che avevo preventivato accadde anche se con modalità diverse. La società sotto custodia giudiziaria falliva pur essendo in attivo, ma solo perché nessuno presenziò in tribunale all’udienza fissata per un fornitore che vantava circa €7.000 dalle ditte. Cifra irrisoria che avrei potuto corrispondergli con enorme elasticità, considerate le spese giornaliere quattro volte più grandi che il settore ingrosso alimentare sosteneva.

Di là la paura per gli appalti… Era obbligatorio per un’azienda non avere nell’ultimo quinquennio alcun concordato fallimentare in corso, pena la rescissione del contratto. Pensavo atterrita a quanto ammontasse il mio esposto economico nei confronti dei fornitori di Viterbo relativamente alle attrezzature fornite per il centro cottura costruito… E gli altri appalti in cui gli Enti ancora dovevano pagarmi… Pensavo ai lavoratori che avrebbero perso tutto: lavoro e soldi. Lavoro nell’immediato; i soldi forse recuperati dopo anni dalla chiusura e dichiarato fallimento. 

Si era delineata una tragedia a cui non sapevo trovare una soluzione e così consigliandomi con il custode giudiziario, pensammo di rivolgerci ad un professore commercialista che ci diede un parere. Il dubbio nasceva se il sequestro penale avesse una prevalenza sul procedimento civile fallimentare e lo bloccasse. I consulti furono più di uno e discordanti, con grande dispendio di denaro. Alla fine il sequestro penale prevaleva ma non bloccava l’efficacia del fallimento che comunque avrebbe seguito il suo corso

Così decidemmo di inoltrare istanza alla Corte d’Assise titolare del sequestro sull’azienda con il fine di essere autorizzati solo per il settore da me gestito (ristorazione per enti pubblici e privati) ad effettuare un fitto di ramo d’azienda: da quella sotto sequestro a quella costituita da tutti i dipendenti. La Corte ne autorizzò il passaggio nel salvaguardare i posti di lavoro e gli appalti in essere, lasciando al custode giudiziario clausole e somme da pagare per il fitto. La gestione fu lasciata sempre a me con procura notarile, stavolta conferitami direttamente dal custode giudiziario. 

Cominciava una nuova era con tristezza per gli anni trascorsi in quegli uffici in nome e per conto di una società affermatasi con gli anni in tutti i campi e che mi vedeva ora da sola a gestire un settore indipendentemente da tutto ciò che mi aveva circondato sino ad allora. Arrivammo al contratto: avremmo visto qualche profitto (nel senso di utili) solo dopo qualche anno, perché alcune cose furono acquistate a rate dalla vecchia azienda. Ma il problema principale che mi assillava era un altro: feci in modo che la comunicazione con l’atto in allegato, potesse essere accettata dagli enti pubblici in quanto l’aggiudicataria della commessa non poteva sub-appaltare. 

Anche in quella occasione mi rivolsi a professori. L’esito delle consulenze fu positivo e quindi proseguii con l’atto di fitto di ramo d’azienda. L’atto fu ratificato da tutti gli Enti con i quali lavoravamo, se pur con qualche problema. Ad ogni problema riscontrato, mi preoccupavo di fornire parere legale di vari professionisti della materia, nonché l’atto della Corte d’Assise che ne autorizzava il passaggio. Il tutto fu sanato e ripristinato ed il lavoro continuava ad arrivare con la partecipazione agli appalti. Il passaggio dei dipendenti avvenne con il licenziamento dalla vecchia azienda e versamento della liquidazione e successiva assunzione nella nuova azienda con partecipazione a quota.

SEGUE…

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