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Come spiegare la guerra ai bambini?

Nel mondo scuola come affrontare il discorso della guerra ai bambini e ai ragazzi...? Abbiamo sentito il Professor Ennio Silvano Varchetta, docente, pedagogista e giornalista

Come spiegare ai bambini la guerra di cui sicuramente in questi giorni sentiranno parlare?

Le guerre sono sempre state una tragedia e i più piccoli ne subiscono gli effetti in modo diverso ed amplificato. Va fatta però una distinzione: i bambini vanno protetti dal racconto della guerra, in considerazione sempre all’età. Nella prima infanzia la capacità di riconoscere il fenomeno della guerra non è sostenibile per lo sviluppo neurocognitivo di un bambino. E l’unico risultato che si rischia di ottenere è quello della paura, dell’angoscia, del panico. Il terrore di ritrovarsi in quelle immagini e situazioni senza la protezione genitoriale. I più piccoli in qualche film, per esempio trasmesso in TV domandavano quando sarebbero cadute le bombe sulle loro teste“.

A che età allora si può affrontare la realtà?

Nella seconda infanzia, dai 9-10 anni, si può iniziare a parlarne. Prima vanno in qualche modo protetti: la guerra è per fortuna qualcosa di distante dal loro immaginario e bisogna evitare di farla entrare nelle loro emozioni infantili”.

Ci sono però la tv, i social network, i giornali

I bambini non andrebbero esposti alle immagini di distruzione e di morte. Ancor più se soli davanti alla tv senza filtri o protezioni. Da tre generazioni in Europa siamo fuori dalla guerra, non c’è più questo immaginario. Dal punto di vista neurologico è importante perché non si considera la guerra come un fenomeno normale. È qualcosa di inammissibile a livello cognitivo. E questo è molto positivo, è anche il bello di vivere in Europa, qualcosa che dovremmo difendere con grande orgoglio e determinazione. Adesso questo conflitto è qui, in maniera inaspettata, sorprendente,  sconvolgente e anche se localizzata è pur sempre una guerra”.

E a scuola come andrebbe affrontato il tema?

Riprendendo la nostra Carta Costituzionale. Lì dentro c’è un messaggio molto chiaro: la guerra non è consentita. È un principio che i bambini studiano in educazione civica e che riescono a capire. Dire loro che la violenza va rifiutata, che non si può uccidere nessuno e che la guerra è l’uccisione di persone su larga scala: tutto questo è per loro un pensiero concreto e dunque comprensibile. L’articolo 11 della Costituzione andrebbe letto, scritto e anche disegnato”.

Quale errore invece non va commesso?

Bisogna fare molta attenzione ed evitare di dire al bimbo che la guerra “è come quando tu litighi con tuo fratello o con un tuo compagno di scuola”. Creare questa assurda correlazione tra il litigio infantile – un comportamento normale, innocente, naturale, legato al gioco – e un evento così tragico, devastante e irreversibile, come quello della guerra, è l’errore principale che possiamo fare: è terrorismo educativo. Piuttosto è imparando a litigare che si imparano a gestire i conflitti. Meno parole si usano meglio è“.

In che senso?

Il bambino a fronte di una spiegazione interiorizza con categorie che non sono quelle adulte. Il genitore vuole spiegare ma crea confusione, vuole tranquillizzare ma crea ansia. Gli psicologi consigliano di non portare i bambini nei luoghi di sofferenza: si spaventano soltanto e una volta che si sono spaventati i loro “anticorpi” contro la paura si indeboliscono. Ci vuole rispetto, dobbiamo avere più rispetto per i bambini prima di proiettare su di loro i nostri bisogni di opporsi alla guerra. Oggi come mondo adulto stiamo perdendo la capacità di comprendere i tratti tipici infantili. Abbiamo talvolta pretese di ragionevolezza che non sono compatibili con il loro mondo basato su pensiero tangibile, motorio, concreto, emotivo“.

I bambini si sono trovati davanti all’esperienza recente e al racconto del Covid, ora la guerra…

Il Covid è stato per loro un’esperienza effettiva, reale, che nessuna generazione precedente aveva mai vissuto. Hanno visto i loro genitori e le loro maestre con le mascherine in un momento di crescita in cui il volto, l’espressione, la reciprocità comunicativa sono tutto. Facciamo finta di non pensarci ma dobbiamo aspettarci delle ricadute: come si fa a essere del tutto tranquilli essendo cresciuti così? Per questo credo che sottoporli anche al fenomeno della guerra non sia ora necessario. E se fanno domande precise, rispondere con tranquillità ma senza entrare nei particolari, restando sul vago e cercando di evitare di far vedere loro scene crude dei tg e dei reportage.

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