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Voci dal carcere: Anna si racconta – undicesima parte

Di seguito, l’undicesimo capitolo della storia di Anna. L’entusiasmo di aver costruito una carriera imprenditoriale di successo inizia a sgretolarsi. Una serie di eventi concatenati la portano ad affilare nuovamente le unghie per difendere ciò che con sacrificio ha costruito…

Con quel raggio di sole che quasi sembrava aver suggellato la consapevolezza di andare avanti, la vita continuava e gli obblighi e le responsabilità dovevano essere assolti. Ci preparammo al Natale, ai preparativi ed ai menù per le mense. 

Il tempo trascorreva veloce tra impegni sempre più frequenti. Richieste anche di catering dalla Toscana che realizzammo in una tenuta a Capalbio. Organizzammo con cucine mobili, l’evento fu un successo ed i ragazzi (sia i cuochi che i camerieri) erano entusiasti del lavoro di cui eravamo sommersi.

Partecipammo anche alla sagra di Montalto di Castro (sagra degli asparagi) dove allestimmo tutte le attrezzature nella piazza comunale. Tre giorni frenetici: quelli giusti per non pensare. Centinaia di persone accalcate ai banchi del cibo erano il motivo di soddisfazione, la certezza della continuità nel tempo, di un lavoro che oramai aveva riempito totalmente la mia vita. 

Dopo qualche mese iniziò a circolare su Viterbo un’aria strana. Voci e chiacchiericci sul cibo, illazioni sui menù somministrati nelle mense stavano minando anni di lavoro e sacrifici. Feci vari sopralluoghi sui posti di lavoro per raccogliere le lamentele e capirne la natura. Mi resi conto che il tutto non era altro che il frutto di una manovra politica. 

Arrivarono presso l’ufficio del Centro di Cottura di Viterbo numerosi fax di elenchi nominativi di persone con richieste di assunzione, ma il mio organico già in esubero, mi costringeva a respingerle per evitare un ulteriore aumento di costi di gestione e che mi avrebbero determinato delle perdite. 

Le sensazioni che qualche settimana prima mi avevano pervasa, divennero realtà quando mi recai al Comune per sollecitare il pagamento di una fattura di fornitura e mi vidi respingere la richiesta con la scusante di mancanza di soldi. Sapevo che il denaro stanziato per un’azienda nel capitolo di Bilancio non può essere assolutamente utilizzato per altre spese. Il mio capitolato speciale d’appalto suggellato dal contratto finale, prevedeva il pagamento delle fatture a 30 giorni dall’emissione delle stesse. 

Era iniziata una guerra in punta di piedi che successivamente sarebbe esplosa nei tribunali. Pensieri e sensazioni che trovarono la loro fondatezza nell’articolo di una nota testata giornalistica, la più venduta del territorio, sulla quale in prima pagina veniva ritratta la foto del Centro Cottura. Una scritta a caratteri cubitali sul cattivo cibo servito nelle mense.

Nei giorni successivi fui l’argomento più seguito sul giornale al quale rispondevo con il silenzio. Non intendevo intraprendere alcuna battaglia politica, ma sapevo di dover porre fine a quello stillicidio psicologico al quale ero sottoposta, non solo io, ma anche i miei ragazzi che avevano sempre lavorato con dedizione.

Una mattina ricevetti una telefonata al centro cottura da parte del direttore del giornale, che mi invitava a rilasciare un’intervista su quanto stava accadendo. Ai miei tentennamenti lui insistette, invitandomi a spiegare e a rispondere a quegli attacchi che mi stavano logorando. Mi fece capire tra le righe ciò che da me era stato già intuito: si giocava politicamente con uno strumento che aveva il mio nome: Ciò mi convinse a fissare un appuntamento con lui per quell’intervista.

Mi recai al giornale rispondendo pragmatica e fredda alle domande che mi venivano poste. Finimmo l’intervista con una stretta di mano ed un complimento da parte del direttore sulla mia capacità imprenditoriale che a malapena presi in considerazione.

Il giorno dopo la ia foto in prima pagina e l’intervista riportata integralmente, faceva chiaramente intendere la mia determinazione e la delusione per gli ultimi accadimenti, frutto di fantasia, cattivi ed ingrati, per un’azienda che dalla Campania aveva avuto il coraggio di costruire in un’altra regione il centro cottura fra i più belli e attrezzati in Italia, con una capacità produttiva di circa 10.000 pasti a turno lavorativo, quindi 20.000 al giorno e che impiegava circa 80 unità lavorative locali. 

Leggendo quell’articolo mi resi conto che stavolta non mi trovavo di fronte ad una battaglia da superare, ma ad una vera e propria guerra da combattere con tutte le forze per il lavoro, per i ragazzi, per l’investimento oneroso a cui mi ero sottoposta. Le spese erano contabilmente da ammortizzare in 5 anni, per non parlare dei leasing che coprivano l’acquisizione di alcune attrezzature. Ma nulla mi avrebbe fermata, avrei combattuto fino alla fine come sempre avevo fatto, essendo completamente estranea ai fatti e avendo lavorato da dieci anni su quel territorio in maniera impeccabile e con successo.

SEGUE…

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