Voci dal carcere: Anna si racconta – ultima parte

Ecco la conclusione di questa appassionante storia che ha tenuto con il fiato sospeso decine di migliaia di lettori. Ringrazio ad uno ad uno chi ha voluto dedicare attenzione e cogliere il senso pieno della storia; ringrazio chi ha voluto arricchire di significato il tempo speso con Anna nell’elaborazione dei diciassette capitoli proposti: essi diventeranno un libro, appena Anna uscirà dal carcere. E’ una promessa che le ho fatto. Sento di volerla ringraziare di cuore per essersi aperta a me, per aver generato, se pur con le difficoltà degli incontri e degli scambi epistolari, un filo invisibile di reciproca stima; la apprezzo molto perché non ha avuto pudore nel mettersi a nudo, perché ha voluto raccontare passo dopo passo i suoi errori: ciò la rende riabilitata, pronta ad un reintegro in società, perché consapevole e pentita. Ringrazio Padre Fernando per la sua preziosa collaborazione.

In calce all’articolo il riepilogo dei capitoli precedenti.

Buona lettura!

“Il mio cammino era iniziato tra lettura e scrittura e l’inizio degli studi con l’iscrizione alla Facoltà di Scienze Giuridiche della Federico II. Il tempo scorreva, lento e nel contempo, impegnato e costruttivo. Ero riuscita a diplomarmi “pizzaiola” e “bibliotecaria” e seguivo con passione il corso di Lettura e Scrittura” dell’assistente volontaria Lina Stanco e Maria Gaito. La signora Lina Stanco, che dire? Non basterebbero libri per descrivere il percorso di una donna che ha speso la sua vita per gli altri. Piccola, tratti dolcissimi e tante parole di affetto che spronano e danno coraggio. Un prodigarsi continuo, un aiuto costante, un porto sicuro per noi detenute. Dopo quarant’anni di volontariato ancora si commuove ad ascoltare le nostre storie, le nostre vite perdute… 

La domenica, invece, appuntamento con la Messa in quella piccola chiesetta divisa dall’androne solo da poche centinaia di metri. Con il tempo per me quella chiesetta si identificherà con la figura di Padre Fernando che prima e dopo l’omelia ci parla con quel napoletano divertente, ironico. Un sacerdote che nonostante i suoi anni è sempre attuale e giovanile con i suoi discorsi. Il suo affetto per noi detenute, sempre palesato con aiuti concreti e continua beneficenza, mostra la vera chiesa e il suo predicatore la rende indispensabile per noi che ogni giorno siamo in cerca di appigli, di ganci. Lui è il nostro gancio, il mio, soprattutto quando legge le preghiere che scrivo a nome di tutte noi. Mi ringrazia accarezzandomi, colmandomi di quell’affetto domenicale che solo la famiglia ti può dare e che qui latita. 

Ecco i miei riferimenti, l’altra faccia del carcere, quella che se vuoi ne puoi godere in tranquillità e farne tesoro, quella che riesce a farti star bene in un clima di tolleranza se CI CREDI, se rispetti le regole. D’altronde sono questi i comportamenti che regolano la vita della società civile aldilà del carcere o di qualsiasi altro posto che riduca o accresca la possibilità di una serena convivenza, se pur forzata. Io, nonostante l’abbia vissuta con sofferenza fisica per una patologia al ginocchio preclusiva della deambulazione, ne ho beneficiato cercando di farmi spazio con gli studi, con il rispetto e con l’altruismo. 

Nella tarda mattinata del 29/04/2022, annunciano il mio nome al microfono. Mi aspettavo richieste di libri dalla biblioteca o comunicazioni universitarie. Il cuore mi esplose in una forte fibrillazione quando mi accorsi che stavo andando incontro alla libertà: un provvedimento di scarcerazione mi pose agli arresti domiciliari. Si delineò per me la possibilità di curarmi, di operarmi al ginocchio in una struttura scelta da me. 

Il magistrato di sorveglianza aveva creduto in me. Aveva seguito il mio percorso educativo attraverso le schede periodiche e aveva deciso di darmi una possibilità. Era un raggio di sole dopo la tempesta. Credo che in quel momento non ho mai amato nessuno come lui… un uomo che decideva della mia vita e che non conoscevo se non attraverso un suo libro scritto diversi anni fa e che ne aveva disegnato un identikit caratteriale della sua sensibilità, umanità e giustizia. 

Le mie prime parole furono «Dio ti ringrazio!» congedandomi tra baci e abbracci con le altre detenute. Una fugace telefonata a casa per comunicare il mio rientro e mi allontanai in auto dal carcere con mia sorella. Il mare a destra e le mura del carcere a sinistra fotografarono la mia partenza verso casa dei miei genitori dove avrei dovuto trascorrere la misura detentiva. Una detenzione tranquilla: l’affetto dei miei familiari, le telefonate di mio figlio con le foto dei due nipotini. Erano loro che riempivano le mie giornate, insieme ad esami radiologici e visite mediche. 

A fine maggio fui contattata dall’educatrice ed ebbi l’opportunità di partecipare al progetto teatrale (d’intesa con il carcere) promossa per Procida Capitale, recitazione ed interpretazione dell’opera “L’IMMORTALE” di Jeorge Luis Borges. Ottenni il permesso dal magistrato, unitamente ad altre due detenute del carcere. Iniziò un’avventura fantastica che si concluse a settembre con la prima, che vide tra gli spettatori l’educatrice e la direttrice del carcere. I loro applausi, sorrisi e commissione per quanto da noi realizzato mi riempirono di gioia e soddisfazione. Un regalo della detenzione che mi aveva messo alla prova in un contesto teatrale che non mi era mai appartenuto. Pozzuoli è anche questo: cultura, studio, teatro, musica.

In un caldo pomeriggio di ottobre una citofonata alla quale rispose mia madre, mi destò da quella breve pennichella post pranzo. Erano i Carabinieri per i controlli consueti. Mi recai all’ingresso e mi meravigliai nel constatare che uno dei due era una donna, la quale mi annunciò che ero in arresto. Poche parole per giustificare tale operazione: una denuncia. Ma non capivo, anche perché tra le mani mi fu consegnato solo un atto di sospensione-revoca della misura domiciliare. 

Tra l’angoscia di mia madre, stavolta non mi preoccupai nemmeno di salutare mio padre. Il nervosismo e la rabbia alle stelle divenivano sempre più insistenti, rischiando di minare quell’educazione e razionalità che da sempre mi aveva contraddistinta. Arrivai nel pomeriggio in carcere, tra lo stupore di qualche agente che mia aveva conosciuta e la grande meraviglia di qualche detenuta. Mai avrebbero pensato che sarei tornata lì. Anche io non potevo immaginarlo, io che avevo sempre e comunque assunto un comportamento corretto ed esemplare. La realtà purtroppo era quella: nuovamente a Pozzuoli, ma ignara delle mei colpe. Nei giorni successivi, sentito l’avvocato, riuscii a sapere la motivazione. Una denuncia redatta il 5 ottobre 2022 nei mie confronti da una donna che conoscevo aveva revocato la mia detenzione domiciliare. 

Si trattava di una mera presunzione di colpevolezza che nel giro di pochi giorni, senza nemmeno uno straccio di indagine, mi aveva nuovamente strappata dalla mia famiglia, stavolta ingiustamente, una cattiveria gratuita ed infelice. L’umore non era quello del primo arresto, allora ero colpevole di dover espiare una pena, quale punizione per un reato commesso. Oggi continuo a non comprendere la pericolosità che mi è stata ascritta rispetto ad una denuncia in cui l’autrice non riferisce fatti certi. Ho querelato l’autrice della denuncia… Con sofferenza dormo poco, ma continui i miei studi. Ormai sono 2 anni di detenzione ed in attesa dell’intervento chirurgico quasi alle porte. 

Di quella rabbia, che sono riuscita in parte a domare, rimane ben poco… Vivo una seconda famiglia qui all’interno della terza sezione dove sono alloggiata, con i miei riferimenti di sempre. Continuo ad adoperarmi per gli altri come ho sempre fatto. Per rendermi utile soddisfo il mio io e mi riempio il cuore. Mi acculturo in quella scuola di vita in cui non si finisce mai di imparare. Sono in attesa di conoscere dallo specialista la data fissata per l’intervento al ginocchio a cui dovrò sottopormi. Nelle more sono in cura attraverso l’area sanitaria del carcere per lenire il dolore di cui sono quotidianamente affetta per 5 ernie e un’artrosi diffusa, oltre al patologico disagio dolorante del ginocchio, il tutto trattato con morfina e paracetamolo. Non ho smesso di credere nella giustizia e continuo il mio percorso identificando il mio futuro con una frase di Anna Frank: «Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice».

DEDICATO CON AMORE AI MIEI NIPOTI ALESSANDRO E LEONARDO.

RINGRAZIO:

  • L’AGENTE MARIA DE FALCO;
  • L’AGENTE ANGELA MIGLIACCIO;
  • L’AGENTE RAFFAELLA BARBATO;
  • L’EDUCATRICE DOTT.SSA ADRIANA INTILLA;
  • PADRE FERNANDO CARANNANTE (DIOCESI DI POZZUOLI);
  • SIG. LINA STANCO (ASSISITENTE VOLONTARIA);
  • SIG. MARIA GAITA (ASSISTENTE VOLONTARIA);
  • IL DIRETTORE DOTT.SSA MARIA LUISA PALMA;
  • DOTT.SSA GIOVANNA DI FRANCIA (VOLONTARIA) CHE HA CREDUTO IN ME.

RINGRAZIO ALTRESì LE MIE AMICHE ELENA, GESSICA, VALERIA, NUNZIA, EURINA E TUTTE COLORO CHE CONTINUANO A VOLERMI BENE.

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