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Voci dal carcere: Anna si racconta – nona parte

Quanto contano i legami extrafamiliari? Anna deve al suo datore di lavoro la carriera professionale. Un uomo che ha saputo cogliere in lei degli aspetti che neanche lei stessa pensava di possedere. Dove la porterà tutta la dedizione profusa al suo lavoro? In questo capitolo Anna ci affida confidenze intime, fatte di sofferenza, ansia, solitudine…

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“Ero tornata a lavoro, mentre la mia famiglia a casa piangeva Alessandro, la sua perdita, la sua mancanza, che sapevo quanto incombesse su di loro… Quella casa senza di lui era ormai vuota: il suo giocherellare e prendere in giro tutti rendeva tutti i giorni della settimana dei giorni di festa. Se ne era andato a 24 anni, troppo presto, troppo giovane, ma tanto amato. Io quel peso non lo sentivo, in poche ore ero tornata alla quotidianità, ma lo sentivo accanto, ne avvertivo la presenza e l’eco della telefonata della sera prima di andarsene in cui mi chiedeva: ‹Quanto mi vuoi bene?› 

Sapevo di avere un angelo custode che in un modo o in un altro avrebbe cercato in qualsiasi maniera di farsi sentire e di evitare che quel posto da lui lasciato, fosse occupato. Nel frattempo cercavo di distrarmi cercando di mettere a posto un po’ di cose a casa, ma il telefono non squillava e la mia vita scorreva in gioie, dolori e sofferenze. Combattevo in silenzio una battaglia alla quale non ero stata invitata a partecipare e che solo per non peccare di invadenza e presunzione, mi teneva fuori da fatti, il cui epilogo, era annunciato da sensazioni di ansie, paure, smarrimenti. Oramai esausta da quelle ore trascorse tra lanterne, angosce ed un trambusto di pensieri, mi accasciai sul letto stanca. Sentii il bisogno di chiudere gli occhi aggrappandomi alla preghiera. Quello che stava accadendo mi dava la sensazione di vedere un film, come una spettatrice presa dalla trama in attesa trepidante del finale che non aveva nulla di scontato. 

Non ricordo nitidamente, forse mi assopii vestita e senza doccia: il tutto era stata solo un lungo pomeriggio volto ad un’interminabile serata subentrata ad una notte di attesa in un assopimento stanco e forzato. Uno squillo del telefono, uno sguardo fugace all’orologio: ore 6, la voce del mio direttore del Centro Cottura di Villa Literno, con tono dimesso, quasi timoroso, mi annunciava ciò che nessuno avrebbe mai voluto sentire: ‹dottoressa buongiorno, purtroppo il Sig. –OMISSIS– é deceduto al Cardarelli di Napoli stanotte›. Esordivo con ‹Grazie, ci vediamo più tardi›. Non una lacrima, solo un gran tonfo al cuore e la gola stretta come in una morsa. Un grande era andato via. Un incidente? Un omicidio? Chissà… Mi chiedevo se avesse sofferto, quali fossero stati i suoi pensieri mentre era ancora riverso ancora cosciente sull’asfalto. Chissà se aveva avuto paura di morire. Lui che per tutti era stato sempre una fortezza, un punto di riferimento. Erano finite così le sue sofferenze fisiche e psicologiche, attanagliato dalle vicende giudiziarie che aveva sempre fortemente combattuto per difendere quelle società oramai gestite dai figli. 

Un impero imprenditoriale intorno al quale giravano centinaia di famiglie che rischiava di essere confiscato solo per aver risposto alle continue richieste della mafia del posto. Come un automa, stavolta non sapevo proprio da dove iniziare: lavarmi, vestirmi… e poi? Gli dovevo l’ultimo saluto. Aveva saputo cogliere in me capacità, talento, organizzazione, tutto ciò che io non avevo mai visto e che rispecchiavano, invece, il successo che avevo raggiunto. 

Mi guardai allo specchio e mi resi conto di quante ulteriori responsabilità adesso mi erano cadute addosso: un ruolo che ora andava oltre quello di procuratrice del Ramo Ristorazione Collettiva. I ragazzi mi stavano aspettando, i miei dipendenti, le  loro famiglie: quell’uomo era andato via con rumore e tanto stupore. Mi affrettai a salire in camera di mio figlio per svegliarlo e dargli la notizia: ‹Vado all’obitorio, ci vediamo più tardi›. Mi rispose: ‹Mamma vengo con te, non posso crederci›. Mi commossi e iniziai a sciogliere quel groviglio di rabbia e freddezza che dalla sera prima si era appropriato di me. Stava uscendo fuori la mia umanità attraverso le lacrime, il dispiacere la tristezza e la solitudine. In fretta ci preparammo: alla guida c’era mio figlio e attraversammo la città. Dietro quegli occhiali scuri la città non mi sembrava quella di sempre. La mia Napoli non era più quella: il Vesuvio sembrava opprimermi, il mare troppo piatto ed il cielo grigio, imbronciato da nuvole cupe… Sembrava che partecipasse al mio stato d’animo…

SEGUE…

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