Vittorio Valletta, l’uomo che fece grande la Fiat

Il “Professore” che guidò la rinascita industriale italiana e accompagnò il Paese verso la motorizzazione di massa

A pochi giorni dall’ anniversario della morte, avvenuta il 10 agosto 1967, vogliamo ricordare Vittorio Valletta, una delle figure più importanti e controverse della storia industriale italiana del Novecento. Per vent’anni, dal 1946 al 1966, Valletta fu il protagonista assoluto della Fiat e, attraverso la Fiat, di una parte decisiva della trasformazione economica e sociale dell’Italia.
La sua storia coincide in larga misura con quella della grande industria italiana del dopoguerra: la ricostruzione degli stabilimenti devastati dalla guerra, l’arrivo degli aiuti americani del Piano Marshall, l’espansione della produzione, la nascita di una nuova classe operaia, le migrazioni interne, la crescita dei consumi e, soprattutto, la diffusione dell’automobile come simbolo concreto di un Paese che stava finalmente lasciandosi alle spalle la povertà.
Valletta non fu soltanto un dirigente d’azienda. Fu un uomo convinto che la crescita della grande industria potesse coincidere con la crescita della nazione. È questa convinzione, più ancora delle dimensioni raggiunte dalla Fiat sotto la sua guida, a spiegare il posto che occupa nella storia economica italiana.
Dalla contabilità alla guida della Fiat.
Vittorio Valletta nacque il 28 luglio 1883 a Sampierdarena, allora comune autonomo nell’area genovese , da una famiglia nella quale erano forti i valori patriottici e risorgimentali. Trasferitosi a Torino si diplomò ragioniere e conseguì poi il titolo universitario presso la Scuola Superiore di Commercio nel 1909. In seguito ricevette la laurea honoris causa in Ingegneria Industriale dal Politecnico di Torino nel 1959.
La sua formazione fu prevalentemente quella di un uomo d’azienda nel senso più tradizionale del termine: contabilità, organizzazione, controllo dei costi, amministrazione.
Prima di approdare alla Fiat lavorò come commercialista, consulente e insegnante. Proprio l’attività didattica gli avrebbe lasciato il soprannome destinato ad accompagnarlo per tutta la vita: “il Professore”.
Nel 1921 entrò alla Fiat, chiamato da Giovanni Agnelli senior. Le sue capacità organizzative lo portarono rapidamente ai vertici dell’azienda. Nel 1928 divenne direttore generale e nel 1939 amministratore delegato. Alla morte di Edoardo Agnelli, nel 1935, e con la progressiva marginalità del giovane Gianni Agnelli, Valletta assunse un peso sempre maggiore nella gestione quotidiana della società.
Quando arrivò la guerra, si trovò così a dirigere una delle più grandi realtà industriali italiane in una situazione drammatica.
La guerra, l’accusa di collaborazionismo e la rinascita:
la Fiat durante il conflitto fu coinvolta nella produzione bellica e gli stabilimenti furono sottoposti alla pressione del regime fascista e, successivamente, dell’occupazione tedesca. I bombardamenti del 1943 colpirono duramente gli impianti torinesi, compromettendone la capacità produttiva.
Alla Liberazione, Valletta venne temporaneamente allontanato dalla Fiat con l’accusa di collaborazionismo. Fu una fase delicata , perché la ricostruzione dell’azienda si intrecciava con la resa dei conti politica e sociale dell’Italia appena uscita dalla dittatura e dalla guerra.
Valletta venne tuttavia reintegrato nel 1946. Aveva allora 63 anni, un’età nella quale molti uomini della sua generazione avrebbero considerato conclusa la propria carriera. Per lui, invece, iniziava la stagione più importante della sua vita.
La Fiat doveva essere ricostruita quasi dalle fondamenta. Gli stabilimenti erano stati danneggiati,le infrastrutture erano in condizioni difficili e il Paese disponeva di risorse limitate. In questo contesto, Valletta seppe utilizzare gli strumenti della ricostruzione internazionale, compresi i finanziamenti legati al Piano Marshall, per riportare la produzione industriale a livelli competitivi.
Non si limitò però a ricostruire ciò che era stato distrutto. La sua ambizione era molto più grande: fare della Fiat il motore della nuova industrializzazione italiana.
L’automobile diventa un bene di massa.
Il grande intuito di Valletta fu comprendere che il futuro dell’automobile non sarebbe stato legato soltanto alla vendita di vetture costose a una ristretta élite.
L’Italia del dopoguerra aveva bisogno di produrre e consumare. L’automobile poteva diventare uno degli strumenti attraverso cui la crescita industriale si sarebbe trasformata in benessere diffuso.
La Fiat investì quindi nella produzione su larga scala e nella razionalizzazione degli impianti. Mirafiori divenne uno dei simboli della nuova industria italiana: una gigantesca fabbrica nella quale la produzione assumeva dimensioni fino ad allora impensabili.
Poi arrivarono le automobili destinate a entrare nella memoria collettiva.
La Fiat 600, lanciata nel 1955, e la Fiat 500, presentata nel 1957, rappresentarono più di due successi commerciali. Erano l’ espressione di una società che stava cambiando.L’automobile cessava progressivamente di essere un privilegio e diventava un bene accessibile a una parte sempre più ampia della popolazione.
La 600 accompagnò milioni di italiani sulle strade della nuova modernità; la 500 divenne quasi un oggetto-simbolo del miracolo economico. Attorno all’automobile crebbero industrie, fornitori, officine , infrastrutture, consumi e nuovi stili di vita.
La Fiat non produceva soltanto automobili: contribuiva a costruire un nuovo Paese.
La Fiat e il “miracolo economico”:
tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta l’Italia conobbe una crescita economica senza precedenti. Le città industriali si trasformarono, i redditi aumentarono, i consumi si ampliarono e milioni di persone poterono accedere per la prima volta a beni che fino a pochi anni prima erano considerati fuori dalla loro portata.
La Fiat fu al centro di questo processo.
Torino divenne una delle capitali dell’industrializzazione europea. Migliaia di lavoratori arrivarono dal Mezzogiorno, dalle campagne del Veneto, del Piemonte e anche dal Sud. La città cambiò volto, dimensioni e composizione sociale.
Mirafiori arrivò a impiegare decine di migliaia di persone. La crescita della fabbrica produceva effetti ben oltre i suoi cancelli: alimentava una rete sterminata di fornitori e attività economiche e contribuiva alla crescita di interi territori.
È in questo senso che va interpretata la convinzione attribuita a Valletta secondo cui ciò che era positivo per la Fiat poteva esserlo anche per l’Italia. L’idea apparteneva a una cultura industriale più ampia, nella quale la grande impresa veniva considerata una sorta di motore dell’intera economia nazionale.
Per Valletta, essere alla guida della Fiat significava dunque assumersi anche una responsabilità nei confronti del Paese.
Un uomo di azienda, non un manager moderno:
definire Valletta semplicemente come un “manager” rischia però di essere riduttivo. Il suo modo di intendere il comando apparteneva a un’ epoca diversa da quella del moderno
governo d’impresa.
Non amava presentarsi come un manager nel senso contemporaneo del termine. Si considerava piuttosto il primo impiegato della Fiat, un uomo totalmente identificato con l’azienda.
Il suo potere era personale, diretto e fortemente gerarchico. La sua parola aveva un peso enorme e la disciplina interna era considerata una condizione indispensabile per il funzionamento della grande fabbrica.
Questa impostazione gli procurò rispetto, ma anche timore e odio.
La Fiat di Valletta costruì infatti un articolato sistema di assistenza ai dipendenti: servizi mutualistici, formazione professionale, iniziative abitative e forme di welfare aziendale che, nell’Italia di quegli anni, assumevano un’importanza notevole.
Ma accanto a questo paternalismo industriale esisteva un rigido controllo della vita di fabbrica.
Il conflitto con il movimento operaio:
la figura di Valletta non può essere separata dalla sua radicale opposizione al comunismo e alla sinistra operaia.
Negli anni della Guerra fredda, la Fiat divenne uno dei principali terreni dello scontro politico e sindacale italiano. Valletta considerava il conflitto sociale non soltanto come una questione contrattuale, ma come una battaglia per il controllo della fabbrica e, in senso più ampio, per il modello politico e sociale del Paese.
La sua gestione fu caratterizzata da licenziamenti, discriminazioni nei confronti dei militanti sindacali della Fiom e dalla creazione dei cosiddetti reparti-confino. La distinzione fra gli operai considerati “affidabili” e quelli ritenuti politicamente sovversivi rappresentò uno degli aspetti più controversi del suo sistema di comando.
È quindi impossibile raccontare Valletta soltanto come il grande artefice della crescita della Fiat. La stessa azienda che offriva servizi sociali avanzati ai propri dipendenti era anche una fabbrica nella quale l’autonomia sindacale e politica degli operai poteva essere fortemente compressa.
Questa contraddizione è fondamentale per comprendere la sua eredità.
Il “Professore” e il suo regno: per vent’anni Valletta fu il centro di un vero e proprio sistema di potere industriale.
Era rispettato, ubbidito e temuto. La Fiat costituiva un mondo nel mondo, con proprie gerarchie , propri servizi, propri codici e una fortissima identità aziendale.
La sua figura, piccola e facilmente riconoscibile nelle fotografie dell’epoca, finiva quasi sempre al centro delle immagini ufficiali. Le sue celebri giacche a doppiopetto e il suo stile sobrio e austero contribuivano a costruire l’immagine di un uomo che aveva fatto dell’ azienda la propria ragione di vita.
Non aveva il linguaggio dell’imprenditore-mediatico e nemmeno quello del moderno amministratore delegato. Non aveva bisogno di costruire un personaggio pubblico. La sua autorità derivava dalla posizione che occupava e, soprattutto, dai risultati che aveva ottenuto.
La Fiat era diventata una delle grandi industrie automobilistiche europee e Valletta ne incarnava la continuità e la potenza.
Dalla Fiat all’Unione Sovietica: negli ultimi anni della sua gestione Valletta dimostrò ancora una volta la volontà di proiettare la Fiat oltre i confini italiani.
Nel 1966 venne concluso l’accordo con l’Unione Sovietica che avrebbe portato alla costruzione dello stabilimento automobilistico di Togliatti, sul Volga. Il progetto rappresentò uno dei più importanti esempi di collaborazione industriale tra l’Occidente e l’Unione Sovietica e avrebbe avuto conseguenze durature nella storia dell’industria automobilistica mondiale.
Nello stesso anno Valletta lasciò finalmente la guida della Fiat. Al suo posto arrivò Gianni Agnelli, ormai pronto ad assumere direttamente il ruolo che la sua famiglia aveva preparato per lui.
Il passaggio di consegne segnava la fine di un’epoca.
L’ultimo riconoscimento:
nel 1966 il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nominò Valletta senatore a vita, riconoscendone i meriti nel campo dell’industria e della vita economica nazionale.
Valletta morì il 10 agosto 1967 a Pietrasanta, in provincia di Lucca, a 84 anni.
La sua scomparsa chiuse definitivamente la stagione del grande patriarca industriale che aveva guidato la Fiat nella fase più tumultuosa della sua storia.
Un’eredità ancora controversa.
A distanza di decenni, il giudizio su Valletta non può essere né puramente celebrativo né esclusivamente critico.
Da una parte c’è l’uomo che contribuì alla ricostruzione della Fiat, ne moltiplicò le dimensioni, favorì la diffusione dell’automobile e trasformò Torino in uno dei grandi centri industriali d’Europa. C’è il dirigente che comprese prima di molti altri la forza della produzione di massa e l’importanza dell’automobile come industria capace di trascinare acciaio, energia, meccanica, infrastrutture e consumi.
Dall’altra c’è il capo autoritario di una grande fabbrica, l’anticomunista inflessibile, l’uomo che considerava la disciplina un valore superiore al conflitto e che non esitò a utilizzare il potere aziendale contro una parte del movimento operaio.
Le due immagini non si escludono. Sono, anzi, inseparabili.
È proprio questa complessità a rendere Valletta una figura di grande interesse storico. Egli appartiene a una generazione per la quale industria, progresso economico, interesse nazionale e autorità potevano essere considerati parti di un’unica visione.
L’avvocato
Gianni Agnelli, che pure avrebbe rappresentato una nuova stagione della Fiat, riconobbe sempre l’importanza del suo predecessore. Valletta aveva consegnato alla famiglia Agnelli un’azienda enormemente più grande e potente di quella che aveva trovato nel dopoguerra.
Il suo lascito non fu soltanto economico. Fu anche culturale.
Valletta incarnò l’idea che una grande impresa potesse diventare una componente fondamentale dell’identità di un Paese. La Fiat non era, nella sua visione, semplicemente una società che produceva automobili: era una macchina industriale capace di modificare la società italiana.
Per questo, nell’anniversario della sua morte, il 10 agosto scorso, ricordare Vittorio Valletta significa ricordare un’intera stagione della storia nazionale: quella della ricostruzione, del lavoro industriale, delle grandi fabbriche, delle migrazioni interne, della motorizzazione di massa e del miracolo economico.
Significa anche ricordare le ombre di quella stagione, le tensioni sociali e il prezzo umano pagato da una modernizzazione spesso autoritaria.
Valletta fu, nel bene e nel male, uno degli uomini che fecero grande la Fiat.
E attraverso la Fiat, contribuì a trasformare l’Italia.

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