Tutti connessi, sempre più lontani

Oggi con la comunicazione istantanea si sono affievoliti la cordialità, la gratitudine e il piacere di esserci. Abbiamo mille strumenti per cercarci, ma sempre meno tempo e volontà per coltivare relazioni autentiche, ricordandoci dell’altro spesso solo quando ci serve

Viviamo in un tempo nel quale la disponibilità, la presenza, il senso di riconoscenza, e il semplice gesto di farsi sentire sembrano essere diventati beni sempre più rari. È una delle tante contraddizioni della nostra epoca: abbiamo a disposizione strumenti che ci permettono di raggiungere chiunque, in qualsiasi momento e a qualsiasi distanza, eppure siamo sempre più spesso incapaci di mantenere vive le relazioni.
Un tempo, quando nasceva un’amicizia, quando si entrava in rapporto con una persona o anche semplicemente quando ci si scambiava una cortesia, un favore, una disponibilità, quel rapporto tendeva a essere coltivato nel tempo. Ci si manteneva in contatto, ci si cercava, ci si ricordava gli uni degli altri.
Gli auguri per il compleanno o per l’onomastico erano un’occasione per telefonare, incontrarsi, scambiarsi qualche parola. A Natale o a Pasqua era quasi naturale rivolgere un pensiero alle persone care, ma anche a quelle con cui, pur non condividendo una frequentazione assidua, esisteva un legame di stima e di reciproca considerazione.
Bastava una telefonata. Talvolta una lettera, scritta a mano, con il tempo e l’attenzione che richiedeva. Non era necessario avere qualcosa da chiedere: ci si faceva vivi semplicemente per sapere come stesse l’altro.
Oggi, paradossalmente, tutto dovrebbe essere più semplice.
Abbiamo la posta elettronica, la messaggistica istantanea, le videochiamate, i social network. Possiamo inviare in pochi secondi un messaggio dall’altra parte del mondo, condividere fotografie, pensieri, momenti della nostra vita. La tecnologia ha abbattuto le distanze e reso praticamente immediata la comunicazione.
Eppure, proprio nell’epoca della comunicazione permanente, sembra essersi impoverita la relazione autentica.
Ci si perde facilmente di vista. I rapporti si interrompono senza una ragione precisa, le frequentazioni si diradano, le persone smettono semplicemente di cercarsi. Non perché siano necessariamente venuti meno l’affetto o la stima, ma perché spesso manca il gesto concreto della presenza.
È curioso, inoltre, che non perdiamo occasione per creare nuovi gruppi di conversazione: gruppi di lavoro, professionali, familiari, sportivi, scolastici, organizzati per il tempo libero o per mille altre esigenze. E non mancano, al contrario, le lamentele per l’eccesso di messaggi, per le notifiche incessanti, per le conversazioni che proseguono a tutte le ore del giorno e della notte.
Siamo, dunque, contemporaneamente troppo connessi e troppo distanti.
Abbiamo imparato a comunicare continuamente, ma non sempre a comunicare davvero.
E forse la differenza sta proprio qui. Un messaggio inviato rapidamente, magari accompagnato da un’emoji, non equivale necessariamente a una telefonata, o a un caffè accompagnato da una piacevole semplice chiacchierata. Una reazione a una fotografia sui social non sostituisce il desiderio sincero di sapere come stia una persona. Un “mi piace” non è sempre un segno di vicinanza. Anzi spesso e volentieri il pollice alzato, sbrigativo e veloce, sta quasi a significare che abbiamo visionato ma poco c’interessa. È triste, ma è verità.
La tecnologia ci ha dato la possibilità di esserci sempre, ma non ci ha insegnato necessariamente a essere presenti.
E così può accadere che ci si ricordi di un amico soltanto nel momento in cui abbiamo bisogno di qualcosa. Una richiesta, un favore, un’informazione, un consiglio. Il contatto torna improvvisamente utile, mentre è venuta meno quella telefonata fatta senza uno scopo preciso, soltanto per dire: “Come stai? È da un po’ che non ci sentiamo”.
È forse questa una delle forme più silenziose della solitudine contemporanea.
Viviamo tutti di corsa, impegnati, spesso stanchi, sommersi da incombenze e appuntamenti. Abbiamo sempre meno tempo da dedicare agli altri e, qualche volta, anche a noi stessi. Ma non è soltanto una questione di tempo. Perché per farsi sentire non occorrono necessariamente ore: a volte bastano pochi minuti e, soprattutto, la volontà di farlo.
Il problema è che abbiamo progressivamente confuso la quantità dei contatti con la qualità delle relazioni.
Possiamo avere centinaia di numeri nella rubrica, migliaia di contatti sui social e decine di conversazioni aperte, e sentirci comunque soli.
È questa, forse, la grande contraddizione del nostro tempo: mai abbiamo avuto tanti strumenti per avvicinarci e mai, forse, è stato così facile allontanarci.
La vera comunicazione non è soltanto trasmissione di informazioni. È attenzione. È ascolto. È memoria dell’altro. È il desiderio di condividere non soltanto ciò che ci serve, ma anche ciò che siamo.
Forse dovremmo recuperare il valore dei piccoli gesti: una telefonata inattesa, un augurio fatto personalmente, una visita, una parola di ringraziamento, di scuse, un messaggio che non contenga richieste ma soltanto interesse sincero.
Perché le relazioni, proprio come le piante, non vivono soltanto perché esistono: hanno bisogno di essere coltivate.
E in un’epoca nella quale tutti possono raggiungerci in qualsiasi momento, forse il gesto più autentico che possiamo compiere è tornare semplicemente a cercarci.
Non per bisogno. Non per convenienza. Non per abitudine.
Ma per ricordarci, gli uni agli altri, che ci siamo ancora.

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