Le nuove Indicazioni Nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, approvate nel 2025 ed efficaci da settembre 2026, ridefiniscono, in particolare, i curricoli della scuola dell’infanzia e del primo ciclo, confermandosi come documento strategico di riferimento per l’autonomia scolastica. Ma dice molto di più.
Le linee guida introducono un rafforzamento delle conoscenze di base, un approccio integrato alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), una maggiore attenzione alla costruzione dell’identità e della cittadinanza attiva,e una rinnovata centralità della narrazione storica come strumento educativo, accanto a metodologie laboratoriali e inclusive.
Ma e’ sull’insegnamento della storia che si concentra una parte rilevante del dibattito. La scelta di valorizzare la narrazione, con un ritorno esplicito alla lezione frontale come “voce narrante” e una rinnovata attenzione alla memorizzazione di date e periodizzazioni, viene interpretata da alcuni come un tentativo di rendere l’apprendimento più solido e accessibile, da altri come un possibile rischio di semplificazione o di orientamento culturale.
La storia, tuttavia, non è mai una disciplina neutra: attraverso la selezione dei contenuti e delle prospettive,contribuisce alla formazione del pensiero critico e alla comprensione del presente. È per questo che il confine tra indirizzo ministeriale e libertà di insegnamento appare particolarmente delicato.
Nelle ultime settimane anche note trasmissioni televisive di approfondimento si sono occupate dell’argomento, segno di un interesse che ha ormai superato i confini del dibattito specialistico. Al centro resta la questione dell’autonomia didattica, conquistata nel tempo e considerata essenziale per adattare i percorsi educativi ai contesti reali delle classi, ai bisogni degli studenti e alle domande che emergono nella società contemporanea. Le Indicazioni dovrebbero costituire una cornice di riferimento, non una prescrizione rigida, lasciando spazio al pluralismo e alla responsabilità professionale dei docenti.
In questo confronto non può essere dimenticato il ruolo storico della scuola nella società italiana. Da sempre essa rappresenta un presidio fondamentale di coesione sociale, crescita culturale, legalità e formazione civica. Questo ruolo e’ garantito dall’impegno quotidiano di docenti, dirigenti scolastici e di tutto il personale, che operano spesso in condizioni difficili e in contesti complessi, soprattutto nelle realtà più fragili del Paese, dove la scuola è spesso l’unico argine al disagio sociale e alla marginalità.
Proprio perche’ la posta in gioco è così alta, la scuola non può permettersi zone d’ombra.È necessario vigilare in modo rigoroso e continuo sul lavoro svolto, attraverso controlli seri, ispezioni reali e strumenti di valutazione efficaci. Chi non lavora con onestà professionale, chi abdica al proprio ruolo educativo, chi si sottrae sistematicamente ai doveri che gli sono affidati deve essere chiamato a risponderne senza ambiguita’ e senza protezioni corporative. Non si tratta di punire, ma di tutelare un bene pubblico essenziale: la crescita culturale,civile e morale delle nuove generazioni, che non può essere affidata all’improvvisazione, all’inerzia, alla superficialità o, peggio, alla mancanza di responsabilità.
Il dibattito sulle nuove Indicazioni Nazionali cosi’ come tutto il resto non è dunque una questione marginale o meramente tecnica.
In gioco non c’è soltanto una riforma, un contratto o l’ennesimo intervento normativo: in gioco vi è l’ idea stessa di scuola che il Paese intende difendere e costruire. Una scuola autorevole, non autoritaria; esigente, ma non selettiva per censo o provenienza; capace di trasmettere conoscenze solide e strutturate, senza rinunciare alla propria funzione educativa piu’ profonda. Una scuola che formi coscienze critiche, responsabilità etiche, cittadini consapevoli, persone in grado di leggere la complessità del presente e di immaginare il futuro, e che al tempo stesso sappia pretendere, da chi vi lavora, la massima serietà, competenza e affidabilità.
L’autonomia scolastica, troppo spesso evocata, ma poi forse poco o mal applicata, ha senso solo se accompagnata da un altrettanto forte principio di serietà: verso gli studenti, verso le famiglie, verso la collettività che investe risorse e fiducia nell’istruzione pubblica. Senza responsabilità, l’autonomia si riduce a frammentazione;senza autonomia, la responsabilità diventa mera esecuzione burocratica. È in questo equilibrio delicato che si gioca la credibilità dell’istituzione scolastica e la qualità del suo ruolo nella società.
Difendere una scuola esigente significa, in definitiva, difendere l’idea che il sapere conti, che l’impegno abbia valore, che il merito non sia una parola scomoda ma una promessa di giustizia, che la competenza non debba chiedere scusa, che la fatica non venga derisa, che studiare non sia un atto ingenuo ma una scelta coraggiosa, che il talento trovi spazio senza doversi travestire, che l’onestà non sembri fuori moda, che il futuro non premi il rumore ma la sostanza, che chi costruisce abbia più voce di chi urla, che la dignità resti un punto fermo, non un optional. E ancora, significa rifiutare la scorciatoia dell’abbassamento delle aspettative e investire, invece, sulla forza trasformativa dell’educazione. Perche’ dal futuro della scuola dipende,in modo diretto e ineludibile, il futuro della società: una società più colta, più libera, più giusta, più capace di decidere il proprio destino.
