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Perché non ho aderito allo sciopero di oggi

Sono mancate forme di pubblico dialogo che, progressivamente, avrebbero formato le coscienze dei lavoratori e li avrebbero spinti verso una consapevole mobilitazione

Il Decreto Legge 36, collegato al Pnrr, cambia assunzioni e formazione dei docenti: tale disposizione normativa non è un fulmine a ciel sereno. E’ un parto, la cui gestazione è iniziata nel 2015, quando il buon Renzi, decise di diventare padre della legge 107. E’ da allora che la “buona scuola” italiana è entrata in travaglio. Le contrazioni l’hanno “spinta” verso una metamorfosi che l’ha resa sempre più somigliante ad un’azienda che offre alle famiglie il catalogo delle scelte. 

Le leggi sull’autonomia, poi, sono nate con l’intento di consentire alle diverse realtà scolastiche di adattarsi ai variegati contesti sul territorio nazionale, ma di fatto hanno conferito ai dirigenti scolastici un potere eccessivo. Tale ampliamento di discrezionalità e poteri in molte realtà ha reciso il dialogo verticale e conferito un triste epilogo alle relazioni interne. In alcune realtà i risultati prodotti sono stati comunque soddisfacenti. In altre devastanti.

Da quando è partita la riforma della scuola sono stati diversi e numerosi i tavoli di confronto a cui “dal basso” avrei voluto partecipare. Ad uno sciopero generale si arriva percorrendo da lontano strade ed incroci. E’ mancata, dunque, a vari livelli, una soddisfacente interlocuzione con il personale della scuola che potesse gettare le basi per un costruttivo confronto. Operare e costruire un dialogo dall’interno del sistema scolastico, significa smuovere le coscienze ed evitare, come accade spesso, di stare a guardare o di aggregarsi in maniera incosciente alla massa.

E’ da anni che apparteniamo ad una scuola sempre più asservita alle esigenze del mercato del lavoro. Perché ciò è accaduto? Perché comprare crediti formativi forse favorisce l’omologarsi ad uno stato padrone, che estende sempre di più il controllo sui propri sudditi. É una scuola meno pericolosa quella formata da insegnanti “intruppati“. Sarebbe rischioso, invece, per chi ha il controllo, formare una categoria che possa educare al pensiero critico. Formare, quindi, i docenti prima e poi, grazie a questi, gli alunni. 

Sta per terminare l’obbligo vaccinale (15 giugno) per il personale scolastico. Un anno buio quello appena trascorso, dove NESSUNO, sindacati in primis, ha tutelato le minoranze: la sospensione ed il demansionamento dei docenti che, non allineati col pensiero dominante, non hanno voluto vaccinarsi, rappresentano la pietra miliare del fallimento del dialogo. Così come gli insegnanti (me compresa) che si sono piegati al TSO. Anche loro, non hanno ricevuto alcuna forma di solidarietà e tutela. Dov’era la mobilitazione allora? O forse è giusto pensare che le minoranze non abbiano diritto alla solidarietà?

Sono anni che non è riconosciuto il reale diritto di parola, di opinione, di espressione. E ora i sindacati chiamano alla mobilitazione. E perché ora? In una pubblica assemblea qualcuno avrebbe potuto spiegarmelo e “formarmi” sulla scelta di oggi che è stata definita “atto di dignità“. Questa mobilitazione merita più dignità delle altre? E perché?

Gli organi collegiali, svuotati progressivamente di ogni essenza democratica, sono oramai un contenitore vuoto di proprietà di un’azienda che si regge solo grazie alla competenza e professionalità di alcuni gruppi di docenti. Essi sparsi un po’ qua e un po’ là, mantengono alta la bandiera dell’istruzione. Tutto il resto è un mare alla deriva. E non sarà una sparuta, disorganizzata e tardiva giornata di sciopero a poterla arginare.

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