Ospedale di Pozzuoli, un macchinario fermo e tante donne in attesa

Al Santa Maria delle Grazie c’è un’apparecchiatura destinata alla riabilitazione del pavimento pelvico che, secondo quanto riferito durante una visita uroginecologica, non sarebbe ancora stata messa in funzione. E intanto tante donne aspettano.

Ricevo da una lettrice una lettera denuncia in merito ad uno strumento disponibile presso l’ospedale di Pozzuoli, ma fermo, non utilizzato.

È un macchinario per la riabilitazione del pavimento pelvico, un percorso terapeutico che può rappresentare un importante aiuto per numerose donne alle prese con disturbi e patologie che spesso vengono vissuti in silenzio e che possono incidere pesantemente sulla qualità della vita.

“Durante una recente visita uroginecologica presso l’ospedale Santa Maria delle Grazie, mi sono trovata davanti a una situazione che, come cittadina ritengo meriti delle risposte.

Nel presidio ospedaliero sarebbe infatti disponibile un macchinario destinato alla riabilitazione del pavimento pelvico. Ci sarebbe anche una professionista ostetrica adeguatamente formata, che avrebbe seguito due specifici corsi per apprenderne l’utilizzo.

Eppure, a quanto mi è stato riferito, l’apparecchiatura non sarebbe ancora operativa.

Il paradosso è evidente: una strumentazione acquistata con risorse pubbliche, professionalità formate per utilizzarla e donne che hanno bisogno di quel servizio, ma un percorso che non riesce ancora a partire.

Non si tratta di una prestazione marginale o di una semplice comodità. Per alcune pazienti la riabilitazione del pavimento pelvico può essere parte integrante del percorso di cura. E quando si parla di problematiche come la vulvodinia, l’incontinenza, le disfunzioni del pavimento pelvico e altre condizioni uroginecologiche, l’accesso a percorsi specialistici può diventare particolarmente importante.

Il problema riguarda anche e soprattutto l’accessibilità della sanità pubblica.

Non tutte le donne possono permettersi di affrontare privatamente il costo di un percorso riabilitativo. Per chi ha disponibilità economiche limitate, l’esistenza di un servizio pubblico può fare la differenza tra poter seguire una terapia e dover rinunciare.

E allora la domanda è semplice: perché un servizio che potrebbe essere attivato non viene attivato?

Da quanto appreso, il progetto sarebbe già stato sottoposto alla direzione sanitaria, ma non avrebbe ancora ricevuto l’autorizzazione necessaria a partire. Una situazione che, a quanto pare, si protrae da tempo e che lascia in attesa numerose pazienti.

Ci sarebbe persino la disponibilità delle professionalità coinvolte a incrementare l’attività, qualora necessario, arrivando a prevedere sedute anche nella giornata di sabato per contribuire a ridurre le liste di attesa”.

Se queste informazioni saranno confermate, siamo davanti a una situazione che merita un chiarimento pubblico.

Quanto è costata quell’apparecchiatura? Quando è stata acquistata? È perfettamente funzionante? Perché non è ancora entrata in attività? Quante pazienti sono in attesa di poter usufruire del servizio? Quali sono gli ostacoli che ne impediscono l’avvio?

Sono domande che non hanno l’obiettivo di puntare il dito contro qualcuno, ma di chiedere conto dell’utilizzo di una risorsa che appartiene alla collettività.

Perché nella sanità pubblica non basta acquistare un macchinario. Bisogna metterlo nelle condizioni di funzionare.

Ogni apparecchiatura lasciata inutilizzata rappresenta infatti non soltanto un investimento che rischia di rimanere improduttivo, ma anche un’opportunità di cura che viene sottratta ai cittadini.

E quando le persone in attesa sono donne che convivono con patologie spesso dolorose, invalidanti e ancora troppo poco conosciute, la questione assume un significato ancora più forte.

Questa non vuole essere una polemica contro il Santa Maria delle Grazie, né contro i professionisti che vi lavorano. Al contrario. È proprio nell’interesse della sanità pubblica e di chi quotidianamente lavora per garantire assistenza che sarebbe importante capire perché una risorsa già disponibile non possa essere utilizzata.

La speranza è che da questa denuncia possa nascere semplicemente una risposta.

E, soprattutto, che quel macchinario possa finalmente essere acceso.

Dietro una lista d’attesa non ci sono numeri. Ci sono donne.

*La lettera a noi indirizzata é stata scritta da Antonella di Fraia

Ultimi articoli pubblicati

Articoli Correlati