Da tempo ormai le guerre occupano stabilmente le prime pagine dei giornali e il dibattito pubblico occidentale oscilla tra indignazione morale e smarrimento. Ogni conflitto viene raccontato come una deviazione improvvisa dalla “normalità”, ogni atto di violenza come una colpa da condannare in astratto. È una reazione comprensibile, ma insufficiente. La storia non procede secondo le categorie della morale: si muove dentro rapporti di forza, interessi materiali, pulsioni di dominio.
E questa dinamica non riguarda soltanto i conflitti tra Stati. Nelle ultime settimane, e, purtroppo, con cadenza sempre più ciclica, anche cortei nati con propositi pacifici sono degenerati in scontri urbani. Manifestazioni organizzate per rivendicare diritti sociali, solidarietà internazionale o dissenso politico si sono trasformate, in diverse città italiane ma non solo, in teatri di tensione: infiltrazioni, gruppi organizzati pronti allo scontro, escalation di violenza con le forze dell’ordine, vetrine infrante, cariche, feriti.
È uno schema che si ripete. Una protesta nasce con un intento dichiaratamente civile; poi interviene una minoranza che fa della contrapposizione fisica la propria grammatica politica. Il risultato è duplice: la causa originaria viene oscurata e l’opinione pubblica si polarizza ulteriormente. Anche qui, indignarsi non basta. Occorre interrogarsi sulle condizioni materiali e simboliche che rendono queste derive non un’eccezione, ma una possibilità sempre presente.
Per comprendere un mondo sempre più instabile e multipolare può essere utile tornare a tre grandi osservatori della realtà: Karl Marx, Friedrich Nietzsche e, prima ancora, Tucidide. Non per giustificare la guerra o la violenza nelle piazze, ma per sottrarsi all’illusione che esse siano incidenti morali anziché fenomeni strutturali.
Marx ha mostrato come la struttura economica di un’epoca non produca soltanto idee e valori funzionali al sistema dominante,ma generi precise necessità politiche. Quando mutano i rapporti di produzione, mutano anche le strategie di potenza. Le tensioni tra grandi potenze, come pure le fratture interne alle società occidentali , si radicano in trasformazioni profonde: precarizzazione del lavoro, riduzione del potere d’acquisto, percezione di declino, competizione globale.
In questo contesto, la piazza diventa uno spazio di espressione, ma anche di sfogo. La frustrazione economica e simbolica può facilmente tradursi in radicalizzazione. Marx è spietato: la storia non è il luogo delle buone intenzioni, ma il campo di battaglia dei rapporti di forza. E quando i rapporti di forza appaiono sbilanciati, la tensione cerca sbocchi.
Qui entra in scena Nietzsche. Se Marx smaschera le strutture economiche, Nietzsche individua il motore antropologico che le attraversa : la volontà di potenza. Non semplice sete di dominio, ma impulso vitale all’affermazione. Anche nei movimenti di protesta piu’ idealisti può insinuarsi questa dinamica: il desiderio di incidere, di imporsi,di non restare invisibili. Quando tale impulso non trova canali istituzionali efficaci, può trasformarsi in conflitto aperto.
La morale stessa, in questa prospettiva, non è neutrale. Talvolta diventa linguaggio di legittimazione: chi si percepisce come vittima può considerare la rottura delle regole un atto di giustizia; chi si percepisce come garante dell’ ordine può rispondere con un irrigidimento speculare. Il risultato e’ una spirale che riduce lo spazio del confronto e amplia quello dello scontro.
Non è un caso che Antonello Venditti, nella canzone “Compagno di scuola”, abbia condensato un’intera stagione culturale nel verso: «Nietzsche e Marx si davano la mano». In quell’immagine si rifletteva l’utopia di una generazione che voleva unire rivoluzione interiore e trasformazione sociale, io e noi, individuo e collettività.
Era il sogno che la tensione potesse trovare sintesi, che la forza si traducesse in progetto e non in distruzione. Ma quella stretta di mano, guardata oggi, appare anche come una mitologia giovanile. Le contraddizioni non si sciolgono per entusiasmo. Restano, e chiedono di essere governate.
Che la logica della potenza non sia una degenerazione recente lo aveva già mostrato
nel dialogo tra Atene e Melo nel V sec. a.C.,
lo storico Tucidide, uno dei principali esponenti della letteratura greca: il forte comanda, il debole subisce. Non è una giustificazione, ma una constatazione. Anche nelle democrazie contemporanee, quando la fiducia nelle istituzioni si erode e le disuguaglianze si ampliano, la dimensione del conflitto riemerge con forza.
Ricordare tutto questo non significa legittimare la violenza nelle piazze né normalizzare la guerra. Significa riconoscere che la fragilità dell’ordine sociale non si risolve con l’indignazione selettiva. Se le manifestazioni pacifiche diventano terreno di scontro, la domanda non è solo “chi ha iniziato?”, ma “perché questo accade con sempre maggiore frequenza?”.
Forse il compito più urgente non è proclamare nuovi valori, ma comprendere fino in fondo la crisi di quelli esistenti e ricostruire spazi credibili di mediazione. Marx e Nietzsche non offrono consolazioni. Offrono strumenti. E usarli, oggi, può aiutare non a giustificare la potenza, ma a comprenderla, per impedirle di trasformarsi, ancora una volta, in distruzione.
