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MONDO GIOVANI a cura di Ennio Silvano Varchetta: anche la Pandemia ha aumentato le fragilità

I GIOVANI, LE DIFFICOLTÀ E LA TRISTEZZA INTERIORE

Il Covid, fra le tante cose, ha reso più fragili i nostri giovani. La convinzione di essere forti e capaci di fronteggiare qualsiasi ostacolo si è ancora una volta sgretolata. Abbiamo a lungo tenuto lontani i nostri giovani dalla possibilità della debolezza, della fragilità e della morte, trasmettendo loro piuttosto la sicurezza dell’uomo che non deve chiedere mai, la forza di un ottimismo centrato sull’ “andrà tutto bene” come parola d’ordine. I nostri ragazzi sono cresciuti nel mito della prestazione, del risultato a tutti i costi, nella narrazione dell’uomo che si realizza da solo, nello stile predatorio di chi per emergere deve schiacciare qualcun altro, nella logica della competizione e dell’accumulo che non prevede indietreggiamenti o ripiegamenti su ferite e sofferenze che devono rimanere perfettamente invisibili. Poi, all’improvviso, arriva un virus e interrompe l’incantesimo. E ci ritroviamo con ragazzi angosciati, incapaci di far fronte alla durezza della realtà, di colpo presi da disturbi sempre più evidenti, dall’insonnia all’autolesionismo. Come si curano le ferite ormai visibili della pandemia? Accuditi, sul fronte scuola, con la didattica a distanza nella speranza illusoria che sia bastata a colmare il vuoto scolastico, i nostri giovani si sono trovati improvvisamente esposti a solitudine e a sofferenza impreviste. Spesso abituati ad automedicarsi con i farmaci per l’ansia e gli attacchi di panico molti di essi avvertono l’angoscia di chi non è mai stato educato ad affrontare il dolore e la possibilità della morte. La malattia mentale corre veloce quanto è corso il virus in questi mesi angosciosi. Se la pandemia ha fatto emergere l’aumento dei casi di adolescenti con disturbo psichiatrico, il ricorso immediato alle cure farmacologiche è sembrato, a molti genitori, il rimedio a tutti i mali. Sono aumentate le prescrizioni e le somministrazioni di psicofarmaci e questo con una facilità disarmante.  È triste vedere un ragazzo di 12-13 anni o poco più stordito e rallentato nei movimenti senza che alcuno abbia potuto prima dare ascolto al suo dolore interiore e conoscerne, nel tempo, la storia: incapaci di reggere alla fatica del vivere perché mai abituati ad affrontare le frustrazioni, anche minime, e accompagnati spesso da ascolto superficiale e da parole banali. L’eccessiva medicalizzazione sconcerta e mostra l’impotenza educativa del mondo adulto, incapace di trasmettere il senso del vivere e del morire, oltre che del dovere.Non che il ricorso ai farmaci sia sempre inopportuno, per carità, ma in piena età evolutiva non sarà la prima soluzione. Riuscire a trovare nell’ascolto e nel dialogo una giusta serenità e una accettabile progettualità di vita è uno sforzo che si deve fare. Il tempo della tecnica ci impone la rapidità, l’immediatezza delle decisioni; il tempo dell’uomo richiede ancora, la lentezza delle parole e il fluire silenzioso delle stagioni che alimentano il viaggio interiore. Per alleviare l’angoscia di un giovane non occorre una risposta impaziente e frettolosa o se vogliamo una scorciatoia farmacologica; serve piuttosto un lungo cammino insieme in cui non si confondano la tristezza e la depressione. La prima non ha bisogno d’altro che di ascolto, dialogo, cura della parola; la seconda rappresenta invece la svolta patologica che necessita ovviamente di interventi specialistici e, magari, anche di farmaci. La tristezza di molti adolescenti è in realtà la via privilegiata per riconciliarsi con le proprie ferite, per entrare seriamente nel proprio spazio interiore e nel silenzio dei propri vissuti. Non va “immunizzata” da psico-farmaci che impedirebbero questo necessario scavo dentro di sé: è una forma normale di vita, non è una malattia. Inutile e dannoso, perciò, ricorrere senza consultare i medici, agli antidepressivi. Una comunità educante attenta è fondata sul dialogo, sulla condivisione, sulla pazienza di tempi lunghi e sulla speranza che libera e guarisce. Non impediamo ai nostri ragazzi di soffrire, non iscriviamo affrettatamente la malinconia e la trasgressione all’albo del disagio psichico da contenere farmacologicamente. Lasciamo che la fragilità lavori e formi l’adulto di domani. Accompagniamo la sofferenza dei nostri adolescenti senza essere divorati dall’ansia, dalla fretta, dall’ossessione di non perdere tempo e dall’idolatria del farmaco. La cura tante volte nasce e si sviluppa con le modalità adeguate, con il dialogo costante, con i dovuti dinieghi e con le amorevoli e opportune attenzioni.

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