“Nel corso del 2025 nella seconda metà dell’anno la sismicità è calata notevolmente in termini di energia liberata, risultando un decimo di quella liberata nei primi sei mesi e nel mese di gennaio del nuovo anno mostra lo stesso andamento. La velocità del sollevamento del suolo non mostra lo stesso chiaro decremento.
La mancata corrispondenza dell’evoluzione dei due fenomeni confonde gli osservatori più attenti che conoscono il rapporto tra velocità del sollevamento del suolo ed attività sismica.
Proviamo ad interpretare quanto accade.
Il terremoto segnala una deformazione permanente della roccia, una frattura che libera energia elastica (onde sismiche) accumulata in seguito all’azione di una forza (spinta dal profondo). Ma le rocce della caldera flegrea hanno un comportamento visco-elastico. Ovvero sottoposte ad una spinta si comportano in parte come corpo elastico e, fratturandosi, producono terremoti e in parte come fluido ad elevata viscosità che invece di fratturarsi per la spinta, scorre e, nel caso specifico, si solleva (flusso plastico). Quindi, solo una parte del sollevamento si traduce in terremoti, la rimanente si mostra come deformazione senza fratture. Quando la spinta si esaurirà il mezzo recupererà la parte deformata a comportamento elastico, non fratturata, mentre i volumi di roccia fratturati (terremoti) e la parte a comportamento viscoso, non saranno recuperati (deformazione permanente). La subsidenza sarà inizialmente veloce per il recupero della componente elastica e molto più lenta per quella parte a deformazione transiente dall’elastica alla viscosa. Il suolo sui tempi lunghi subirà la subsidenza dovuta alla dinamica crostale regionale e di quella locale per l’evoluzione della struttura vulcanica profonda.
Il modello (reologico) proposto suggerisce che la deformazione viscosa (duttile) delle rocce dello strato superficiale (spessore circa 3 km) possa continuare a basso incremento senza produrre fratture nelle rocce e, quindi, terremoti.
L’esperienza delle crisi del 1970-72 e 1982- 84 mostra processi diversi nello sviluppo dei fenomeni. Infatti, nella prima crisi la mancanza di sismicità e la mancanza del recupero di gran parte della deformazione può essere interpretata con una deformazione duttile (viscosa) del mezzo. Nella seconda crisi la sismicità si presentò durante la gran parte della crisi e il suolo si sollevò in tempi brevi con velocità significative di diversi centimetri al mese. Alla conclusione della crisi, la subsidenza si verificò con un recupero inizialmente rapido e poi più lentamente, superando il 50% del valore della deformazione (circa 1m del sollevamento, che aveva raggiunto il valore massimo di m 1.80). La crisi del 1970-72 non fu seguita da subsidenza, bensì da piccoli
e brevi sollevamenti fino alla ripresa del 1982. Questo scenario potrebbe suggerire un fenomeno complesso che sarebbe iniziato nel 1969 e concluso nel 1985 con l’inversione del moto del suolo.
Poiché invocare nel breve termine una modifica delle caratteristiche meccaniche del mezzo deformato sarebbe poco verosimile, deve ritenersi che sia intervenuto un processo complesso nell’azione della sorgente della deformazione. Dopo circa 20 anni il fenomeno è ripreso lentamente e negli ultimi anni più velocemente e con una attività sismica superiore a quella degli anni ’80. Tuttavia, il fenomeno si sviluppa, in quanto ancora in corso, con una velocità del sollevamento minore. Ancora una volta il meccanismo in atto è diverso da quelli rilevati nelle due crisi precedenti, anche se la modifica principale è osservata nella velocità della sua evoluzione e nella sua durata, mentre i caratteri salienti sono sempre gli stessi con intensità e durata diverse. Quale sia la soluzione, al momento è nebulosa. Siamo confusi perché diamo peso ai dettagli che ci allontanano dalla soluzione. Questo è il difetto di base delle indagini geologiche. Si affronta il problema pensando che si risolva esaminando i singoli elementi del processo (riduzionismo). Un’analisi approfondita di tali elementi allontana dalla soluzione. Bisogna che sia individuato un percorso fisico che tenga tutto insieme. Il parametro potrebbe essere l’energia liberata dal sistema, per passare poi al meccanismo che genera energia”.
Giuseppe Luongo
