C’è una trasformazione silenziosa che attraversa l’università e che riguarda, prima ancora delle tecnologie, il modo stesso in cui si costruisce la conoscenza. Gli strumenti a disposizione degli studenti sono oggi più numerosi che mai: banche dati, piattaforme digitali, contenuti audiovisivi, dispense, sintesi automatiche e, sempre più spesso, sistemi di intelligenza artificiale capaci di fornire in pochi secondi risposte articolate a domande complesse. Eppure proprio questa straordinaria abbondanza rischia di produrre un paradosso: avere accesso a una quantità enorme di informazioni senza riuscire necessariamente a trasformarle in conoscenza. È dentro questa contraddizione che torna centrale il ruolo del libro universitario, non come oggetto da contrapporre al digitale o all’intelligenza artificiale, ma come strumento culturale capace di dare ordine, profondità e continuità al sapere. Il dato più significativo è forse quello che misura la distanza tra la percezione dei docenti e le abitudini degli studenti: fonti recenti ci dicono che l’88% dei professori universitari considera ancora il libro di testo, cartaceo o digitale, lo strumento più efficace per strutturare l’apprendimento, mentre soltanto una quota molto più ridotta rileva un uso costante e completo dei manuali. Non è semplicemente una questione di leggere più libri. È il segnale di un cambiamento nella cultura dello studio. Sempre più spesso il percorso che porta alla comprensione viene sostituito dalla ricerca della sintesi, della scorciatoia, della risposta immediatamente disponibile. Riassunti, schemi e materiali semplificati possono naturalmente avere una funzione utile, soprattutto nella fase di ripasso o di orientamento, ma diventano un problema quando finiscono per sostituire il confronto con testi costruiti secondo una logica organica e progressiva. Un manuale non consegna soltanto informazioni: stabilisce relazioni tra concetti, ricostruisce contesti, espone argomentazioni, presenta fonti, distingue ciò che è acquisito da ciò che è discusso e accompagna il lettore lungo un percorso. In altre parole, non offre soltanto una risposta, ma mostra come si arriva a formularla. È precisamente questo passaggio che rischia di indebolirsi in una cultura sempre più orientata alla velocità. L’università, tuttavia, dovrebbe essere il luogo nel quale la velocità dell’informazione viene trasformata nella lentezza necessaria alla comprensione. Il problema diventa ancora più evidente con l’affermazione dell’intelligenza artificiale generativa. Anche in questo caso la contrapposizione tra tecnologia e libro sarebbe fuorviante. L’IA può diventare uno strumento straordinario per cercare informazioni, confrontare prospettive, rielaborare materiali, personalizzare alcuni percorsi didattici e rendere più accessibili contenuti complessi. Ma può essere realmente utile soltanto quando viene inserita dentro una solida cultura della conoscenza. Una macchina può produrre una risposta; non può sostituire il percorso attraverso il quale una persona impara a giudicarne l’attendibilità, a riconoscerne eventuali errori, a collegarla ad altre informazioni e ad assumersene la responsabilità. Più aumentano gli strumenti capaci di generare contenuti, più diventa necessario possedere le competenze per valutarli. Anche per questo il libro conserva una funzione che va oltre il suo formato. È uno spazio nel quale il sapere viene selezionato, verificato, organizzato e sottoposto a una responsabilità editoriale e scientifica. Dietro un testo universitario non c’è infatti soltanto la sua pubblicazione, ma una filiera di autori, curatori, revisori, editori e professionisti impegnati nella costruzione e nell’aggiornamento dei contenuti. L’editoria accademica costituisce, in questo senso, una vera infrastruttura culturale: invisibile quando funziona, ma essenziale per garantire la disponibilità di conoscenze affidabili. Difenderla non significa difendere un modello produttivo immutabile né rimpiangere un’università del passato. Significa riconoscere che anche la conoscenza ha bisogno di infrastrutture, esattamente come ne hanno bisogno la ricerca, la scuola e l’innovazione. A questa questione si aggiunge quella della pirateria, che non rappresenta soltanto una violazione del diritto d’autore, ma incide sulla sostenibilità economica di una filiera che deve investire continuamente nella qualità dei contenuti e nella transizione digitale. Nel momento in cui la produzione editoriale viene considerata un bene facilmente replicabile e privo di valore, si indebolisce anche la possibilità di continuare a investire nella sua qualità. Ma sarebbe altrettanto semplicistico attribuire la difficoltà di accesso ai libri esclusivamente alle scelte degli studenti. Il diritto allo studio impone di affrontare concretamente il problema dei costi e di garantire che nessuno debba rinunciare ai materiali necessari per la propria formazione per ragioni economiche. Accessibilità e valore culturale, tuttavia, non sono concetti alternativi: possono e devono procedere insieme. Rendere più accessibili i libri significa infatti riconoscerne il valore e fare in modo che tornino a essere percepiti come strumenti essenziali del percorso universitario, non come un costo accessorio legato all’esame. È qui che la discussione sul libro incontra quella, più ampia, sulla qualità dell’università. Se l’obiettivo della formazione superiore è produrre persone capaci di analizzare problemi, stabilire connessioni, valutare fonti e assumere decisioni, anche i modelli didattici e le modalità di valutazione dovranno evolvere nella stessa direzione. Un sapere ridotto alla memorizzazione di nozioni può essere facilmente aggirato o sostituito dagli strumenti tecnologici; un sapere fondato sulla capacità di ragionare, argomentare e verificare richiede invece un investimento formativo che nessuna scorciatoia può cancellare. La questione riguarda dunque l’intero sistema universitario. Docenti, studenti, biblioteche, editori, istituzioni e imprese sono chiamati a ripensare insieme il rapporto tra conoscenza e tecnologia, senza cadere né nel rifiuto nostalgico dell’innovazione né nell’idea opposta che ogni nuova tecnologia costituisca automaticamente un progresso educativo. Il punto non è scegliere tra carta e digitale, tra libro e intelligenza artificiale. Il punto è stabilire quale uso vogliamo fare degli strumenti che abbiamo a disposizione e quale idea di formazione intendiamo consegnare alle nuove generazioni. In una società nella quale le informazioni aumentano a una velocità senza precedenti, la risorsa più preziosa non è più semplicemente l’accesso ai contenuti, ma la capacità di interpretarli. E questa capacità nasce da una formazione che richiede tempo, esercizio, confronto e profondità. Il libro, naturalmente, continuerà a cambiare: sarà cartaceo o digitale, potrà essere integrato con piattaforme, database, contenuti interattivi e sistemi di intelligenza artificiale. Ciò che non dovrebbe cambiare è la sua funzione culturale: offrire una struttura al sapere e accompagnare chi studia oltre la superficie delle informazioni. In gioco, alla fine, non c’è la sopravvivenza di un oggetto editoriale, ma qualcosa di più importante: la possibilità di conservare una cultura dello studio capace di trasformare l’informazione in conoscenza, la conoscenza in pensiero critico e il pensiero critico in responsabilità. È questa la vera sfida dell’università contemporanea: non difendere il passato, ma impedire che la velocità del presente impoverisca il futuro del sapere.

