La voce del leone, il silenzio degli altri

Ci sono testi minuscoli che riescono a dire cose enormi. Pochi versi bastano a Fedro per smontare uno dei meccanismi più antichi della convivenza umana: la prepotenza che si legittima da sola, travestendosi da ragione.
Prima di entrare nella favola, vale la pena fermarsi un momento sull’autore. Fedro visse tra la fine del I secolo a.C. e la metà del I secolo d.C. Nacque probabilmente in Macedonia e giunse a Roma come schiavo, venendo poi liberato sotto l’imperatore Augusto. La sua condizione di liberto segna profondamente la sua opera: osservatore laterale del potere, né completamente dentro né del tutto fuori, Fedro sviluppa uno sguardo lucido e disincantato sulle gerarchie sociali.
Scrive favole in senari giambici, ispirandosi a Esopo ma superandone il modello: nelle sue storie non c’è solo morale, c’è critica. Gli animali parlano, sì, ma ciò che dicono riguarda gli uomini, e soprattutto i potenti. Non a caso, secondo la tradizione, Fedro ebbe problemi sotto il principato di Tiberio, forse per aver urtato figure influenti con le sue allusioni.
Tra le sue favole più celebri, quella della parte del leone resta un piccolo capolavoro di analisi del potere:
Ego primam tollo, nominor quoniam leo;
secundam, quia sum fortis, tribuetis mihi;
tum, quia plus valeo, me sequetur tertia;
malo adficietur, siquis quartam tetigerit.
La scena è essenziale: una preda divisa tra più animali dopo la caccia. Ma a parlare è solo il leone, che si attribuisce tutte e quattro le parti. E lo fa, significativamente, non con un atto di forza immediato, ma con una costruzione retorica.
Prima il nome: prende la prima parte perché è il leone. È il principio dell’autorità , del titolo che basta a giustificare il privilegio. Poi la forza: la seconda gli viene “data” perché è il più forte, una forma di consenso che nasce già sotto pressione. Terzo, il merito: “valgo di più”, dice il leone, introducendo un criterio apparentemente razionale. Infine, cade ogni maschera: chi toccherà la quarta parte sarà punito.
In quattro passaggi, Fedro disegna una vera e propria escalation del potere: dall’identità alla forza, dal merito alla minaccia. E soprattutto mostra che le giustificazioni non servono a fondare il potere, ma a renderlo accettabile. La decisione è già presa: gli argomenti arrivano dopo.
È questa la forza, ancora attualissima, della favola. Il leone non mente: è davvero forte, davvero “vale di più” secondo i suoi criteri. Ma è proprio lui a stabilire quei criteri. E gli altri, silenziosi, non hanno spazio per contestarli.
E allora resta un’immagine: una scena antica, quasi immobile. Il leone parla, con calma, con ordine, con ragione. Intorno , gli altri ascoltano. Nessuno interrompe. Nessuno risponde. La divisione si compie mentre le parole scorrono, e quando finiscono non resta più nulla da dividere.
È proprio in quello scarto sottile, quasi impercettibile, tra ciò che appare giusto e ciò che in realtà è già stato deciso, che si nasconde la lezione più profonda di Fedro. Non esplode nel ruggito, ma si insinua nella voce calma. Non si manifesta nella violenza, ma nella sua lenta e silenziosa preparazione.
Perché il potere, prima ancora di imporsi, costruisce il suo racconto. Lo modella, lo rende plausibile, lo fa sembrare inevitabile. E finché quella narrazione viene accolta senza resistenza,non c’è bisogno di forza, né di minaccia.
Il leone resta immobile, sovrano senza sforzo, perché, a quel punto, è il gregge stesso ad aver già imparato a tremare.

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