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La durata nel tempo dell’immunità dopo il COVID-19 e dopo il vaccino

Approfondimento scientifico del ricercatore prof. Antonio Giordano

Si riporta integralmente la posizione del prof. Antonio Giordano pubblicata sulla rivista Terra Medica:

In un periodo in cui la campagna vaccinale contro il Covid-19 viene promossa come fattore determinante per il controllo della pandemia, restano aperte le domande sulla durata dell’immunità alla malattia e sull’eventualità di dover ripetere le somministrazioni di vaccino per scongiurare la malattia a distanza di tempo. In particolare, dopo che alcuni studi hanno evidenziato una diminuzione dei livelli di anticorpi pochi mesi dopo l’infezione da Sars-Cov-2, si è palesato il timore che la popolazione possa essere di nuovo vulnerabile al virus. In realtà, la presenza di anticorpi contro la ormai nota proteina S del virus è stata ampiamente documentata in più di 30.000 persone anche 5 mesi dopo l’infezione; tale presenza contribuisce a ridurre notevolmente il rischio di reinfezione.

Inoltre, molti immunologi concordano sul fatto che un calo dei livelli anticorpali nel tempo sia naturale, ma soprattutto che gli anticorpi non costituiscano l’unica arma di difesa di cui dispone il nostro sistema immunitario: infatti, in seguito ad un’infezione o alla vaccinazione viene stimolata la produzione di linfociti B e T, specifici per l’antigene dell’agente infettivo. I linfociti B e T sono responsabili rispettivamente della produzione di anticorpi e della risposta cellulare al virus. Alcune di queste cellule immunitarie si differenziano in “cellule della memoria” di lunga vita e, in caso di un ulteriore contatto con il patogeno, rispondono più velocemente e più efficacemente all’infezione. È proprio in questa memoria immunologica che vengono riposte le speranze di una immunità duratura al coronavirus.

Recentemente sono stati pubblicati online (non in riviste scientifiche, dati non peer-reviewed) i dati ottenuti da uno studio condotto presso La Jolla Institute of Immunology, in California, su una serie di persone guarite dal Covid-19. I dati indicano che la maggior parte delle persone in studio presentano, ancora dopo 8 mesi dall’insorgenza dei sintomi, una quantità di cellule immunitarie in grado di impedire l’infezione virale e prevenire la malattia, facendo ben sperare in una lunga durata della memoria immunologica. Nello studio, co-diretto dall’immunologo italiano Alessandro Sette, sono stati arruolati 185 tra uomini e donne, tra i 19 e gli 81 anni, tutti guariti dal Covid-19. Quarantaquattro di questi erano guariti dall’infezione da oltre sei mesi. Inoltre, la maggior parte dei partecipanti allo studio aveva manifestato sintomi leggeri della malattia, che non avevano richiesto il ricovero in ospedale. Lo scopo della ricerca era di quantificare, nel tempo, i livelli di anticorpi contro la proteina S virale e quelli delle cellule B e T. Allo scopo, 38 partecipanti hanno fornito più campioni di sangue nell’ arco di più mesi, mentre altri un solo campione. Dalle analisi è emerso che la quantità di anticorpi è rimasta piuttosto stabile, con un declino modesto osservato dai sei agli otto mesi seguenti l’infezione da Sars-Cov-2, anche se con elevata variabilita’ fra i partecipanti. I linfociti T di memoria hanno mostrato un lento e leggero decadimento, con una vita media intorno ai 3-5 mesi, mentre il numero di linfociti B è risultato inaspettatamente aumentato.

Secondo i ricercatori, la memoria immunologica, persistente anche dopo 8 mesi dall’infezione, verosimilmente protegge le persone per molti anni, scongiurando il ricovero ospedaliero o una forma grave di malattia. Sebbene gli anticorpi circolanti nel sangue siano necessari per bloccare il virus e impedire una seconda infezione, una condizione nota come “immunità sterilizzante”, sono le cellule immunitarie quelle che “ricordano” il virus e che hanno un ruolo importante nel prevenire la malattia nella forma grave. Il coronavirus, in particolare, è generalmente lento nel creare danno, dando il tempo al sistema immunitario di agire. Questi risultati a favore di una duratura memoria immunitaria sono incoraggianti. E da una parte c’è la speranza che anche per questo virus riproponga quanto recentemente osservato nei sopravvissuti alla SARS, causata da un altro coronavirus, cioè la presenza di alcune cellule immunitarie importanti dopo 17 anni dall’infezione. I risultati dello studio condotto in California sono in linea anche con un altro studio, in cui si è evidenziata la presenza di cellule immunologiche protettive in persone guarite da Covid-19, anche laddove gli anticorpi non erano più rilevabili.

È difficile predire esattamente quanto possa durare l’immunità al Covid-19, perché la scienza ancora non conosce quali siano i livelli necessari delle varie cellule immunitarie per proteggere dal virus, ma sembra che anche piccole quantità di anticorpi, o di cellule B e T possano essere sufficienti a proteggere coloro che sono guariti dalla malattia. Nelle persone esaminate non ci sono segni di un crollo improvviso dei livelli delle cellule di memoria immune, che sarebbe, comunque, inusuale. Difatti, in genere il declino delle cellule della memoria immune è lento e avviene negli anni e non ci sono presupposti per pensare ad un comportamento differente in questo contesto. La somministrazione di vaccini tende anch’essa a stimolare la produzione di anticorpi e cellule immunitarie contro il virus. Sulla durata di questa immunità indotta non è ancora possibile fare previsioni, non perché i vaccini siano poco efficaci, ma perché bisognerà aspettare del tempo necessario a raccogliere dati. Con i pochi dati finora a disposizione, sembra comunque che ci siano le premesse per una risposta immunitaria duratura“.

“Mia sorella Sonia era sana e non aveva alcuna patologia”.

 

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