Insegnare fino a 67 anni: quando la vocazione non basta più

Burnout, burocrazia e assenza di carriera: il disagio silenzioso dei docenti italiani apre una domanda culturale e politica sul futuro della scuola e sulla sostenibilità dell’insegnamento in età avanzata

C’è una domanda che attraversa oggi la scuola italiana con una forza sempre meno ignorabile: si può continuare a insegnare fino a 67 anni, e forse oltre, considerando i futuri adeguamenti pensionistici, svolgendo, giorno dopo giorno, le stesse mansioni, senza reali prospettive di evoluzione professionale? In Italia, infatti, l’età pensionabile ordinaria per i docenti è fissata oggi a 67 anni.
Non è una questione soltanto previdenziale. È una domanda culturale, sociale e persino antropologica, perché riguarda il modo in cui una società considera chi forma le nuove generazioni.
Un recente sondaggio sul burnout tra i docenti restituisce un’immagine molto chiara. Oltre il 90% degli insegnanti coinvolti ritiene che la professione debba essere riconosciuta come lavoro gravoso e che anche i docenti della scuola secondaria possano accedere all’Ape Sociale, andando in pensione qualche anno prima rispetto ad altre categorie professionali. Dietro questa richiesta non c’è soltanto il desiderio di “smettere prima”, come spesso una certa retorica superficiale lascia intendere. C’è piuttosto la consapevolezza di un logoramento lento, continuo, spesso invisibile.
Per decenni il lavoro dell’insegnante è stato raccontato come una professione privilegiata: orari relativamente contenuti, vacanze lunghe, stabilità occupazionale. Ma questa rappresentazione appartiene ormai a un’altra epoca. La scuola contemporanea è diventata uno spazio ad alta intensità emotiva e burocratica. L’insegnante non trasmette soltanto conoscenze: media conflitti, gestisce fragilità psicologiche, affronta emergenze educative e, sempre più spesso disfunzionali, compila documentazioni infinite, dialoga con famiglie sempre più esigenti e con istituzioni spesso contraddittorie.
I dati sullo stress sono eloquenti. Oltre la metà dei docenti indica nel lavoro amministrativo e burocratico la principale fonte di pressione. Quasi uno su due considera pesante il carico di compiti da correggere e il rapporto con le famiglie. Non si tratta di elementi accessori del mestiere: sono diventati il mestiere stesso. Il rischio è che il cuore dell’insegnamento, la relazione educativa, venga progressivamente soffocato da procedure, modulistica, rendicontazioni, piattaforme digitali, verifiche continue.
Eppure, accanto alla fatica, emerge un dato sorprendente: il 96% degli insegnanti italiani dichiara di essere, nel complesso, soddisfatto del proprio lavoro. Una percentuale persino superiore alla media OCSE. Questo apparente paradosso racconta molto della natura dell’insegnamento. Si può essere esausti e appassionati allo stesso tempo. Si può amare profondamente il proprio lavoro e, contemporaneamente, sentirsi consumati dal modo in cui esso viene organizzato.
L’insegnamento conserva infatti una dimensione vocazionale che resiste alle difficoltà. Entrare in classe significa ancora incidere nella vita delle persone, assistere alla crescita intellettuale ed emotiva degli studenti, partecipare alla costruzione del futuro civile del Paese. È un mestiere che continua a dare senso. Ma proprio perché dà senso, rischia di chiedere troppo. Le professioni fondate sulla cura e sulla relazione, insegnanti, medici, educatori, sono spesso quelle in cui il burnout si manifesta con maggiore intensità, perché il coinvolgimento personale non può essere completamente separato dal lavoro.
Il vero nodo, allora, non riguarda soltanto l’età pensionabile. Riguarda l’assenza quasi totale di percorsi di carriera. In Italia un docente può trascorrere quarant’anni facendo sostanzialmente le stesse attività, con responsabilità crescenti ma senza reali possibilità di differenziazione professionale. In molte altre realtà europee esistono figure intermedie: tutor pedagogici, coordinatori didattici, esperti di innovazione, mentori per i nuovi docenti. Da noi, invece, la progressione è quasi esclusivamente anagrafica.
Questa immobilità pesa soprattutto con l’avanzare dell’età. Non perché a 67 anni si diventi automaticamente cattivi insegnanti, ma perché cambiano le energie, le motivazioni, il bisogno di riconoscimento. Una professione sana dovrebbe prevedere trasformazioni del ruolo nel corso della vita lavorativa. L’esperienza accumulata da un docente senior potrebbe diventare una risorsa preziosa per la formazione dei colleghi più giovani, per la progettazione educativa, per il supporto alle scuole più fragili o in difficoltà. Invece, troppo spesso, essa viene dispersa in una routine ripetitiva.
C’è poi un altro aspetto da considerare: il burnout non colpisce soltanto i docenti anziani. Sempre più spesso interessa anche chi è all’inizio della carriera. È il segno di una professione che fatica ad accogliere, sostenere e valorizzare. I giovani insegnanti entrano nella scuola con entusiasmo, ma si trovano rapidamente immersi in precarietà, burocrazia e sovraccarico emotivo. Eppure, nonostante tutto, solo una minoranza pensa di lasciare il mestiere nei primi anni. È una resilienza che merita rispetto, ma che non può diventare un alibi per ignorare il problema.
Una società davvero consapevole del valore dell’istruzione dovrebbe interrogarsi seriamente sul benessere dei suoi insegnanti. Non basta chiedere loro dedizione infinita. Non basta celebrare la “missione educativa” ogni volta che emerge un’emergenza sociale. Occorre costruire condizioni di lavoro sostenibili: ridurre il peso burocratico, creare percorsi professionali diversificati, offrire supporto psicologico, riconoscere economicamente e culturalmente l’esperienza maturata.
La scuola italiana continua a reggersi soprattutto sulla responsabilità individuale dei docenti, sulla loro capacità di resistere, adattarsi, sopportare. Ma nessun sistema può basarsi all’infinito sul sacrificio silenzioso di chi lo tiene in piedi.
Per questo la domanda iniziale resta aperta e inevitabile: si può insegnare fino a 67 anni senza cambiare mai ruolo, ritmo, prospettiva? Forse sì, biologicamente. Ma il punto non è se sia possibile. Il punto è se sia giusto.

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