Il profumo del FUORI: la libertà

Tra le mura del carcere di Secondigliano lo spazio si accartoccia e il tempo smette di scorrere. Si limita a ristagnare in un eterno, immobile presente. È questa la sensazione che provo ogni volta che oltrepasso quella soglia.

Ho incontrato le detenute come sempre per la celebrazione eucaristica. Molte sono giovanissime. B. ha 26 anni. Cercava sguardi, intrecciava mani, piangeva. Nei suoi occhi ho visto un’umanità nuda, spogliata di ogni orpello, ridotta all’essenza di chi sa cosa significhi perdere tutto per capire, finalmente, il valore di un niente.

Marisa ha portato le croci di Betlemme, una per ciascuna di loro. Suo marito Carlo ha donato un Cristo che patisce. Rosaria e  Giovanni come sempre erano carichi di doni per la Boutique in Rosa. Suor Giampaola ha preparato le ragazze alle letture ed io ai canti. Poi, terminata la celebrazione eucaristica presieduta da don Fernando, ci siamo augurati Buona Pasqua.

Uscire da lì è stato un urto. Il rumore del traffico, che prima era fastidio, è diventato un canto di vita. Il vento sulla faccia non è stato più solo aria, ma una carezza. Rincasata, mi sono sorpresa a fissare la mia chiave nella toppa: un gesto banale, ma oggi tutto intono a me odorava di famiglia, di vita, di libertà.

La libertà, quella vera, è la consapevolezza di poter camminare verso l’orizzonte senza scontrarsi con un muro ti dica “Qui finisci tu”. È il lusso di perdersi, un lusso che riscopro solo quando entro in un carcere.

Porto con me l’eco delle voci delle sorelle detenute ed una verità che rimbomba nella mia mente: siamo tutti prigionieri di qualcosa, ma solo chi ha visto le sbarre sa davvero quanto è vasto il cielo.

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