Il presepe a scuola simbolo religioso: tutelarlo per legge?

Di Ennio Silvano Varchetta

Notizia di questi giorni a ridosso delle vacanze natalizie.
Il presepe nelle scuole, abitudine consolidata che in questi tempi di multiculturalismo viene anch’esso messo in discussione. Una civiltà vive quando crede nella sua cultura: proprio questo sentimento le consente di aprirsi al dialogo con le altre civiltà di questo nostro pianeta senza ritenersi superiore. Si tratta di un principio molto semplice, facile da capire, che si dovrebbe apprendere durante i primi anni di vita nella famiglia e poi nella scuola.

Il principio è semplice, ma anche fragile, perché si basa sul nostro sentimento di appartenenza a una storia, a una tradizione: se esso viene a mancare, si potrebbe credere di essere più disponibili ad accogliere tra noi altre culture, differenti dalla nostra.  Non è così, è un modo di pensare ingannevole. In parole povere, se io non credo in me stesso – si dice: non ho autostima – non per questo sono disposto ad aprirmi ad un’altra persona, piuttosto la guardo con sospetto, temo che possa “invadere” la mia identità.

Dunque, credere nella propria tradizione richiede cultura, amore per i propri simboli, per le proprie credenze laiche e religiose. La scorciatoia è l’indifferenza verso l’appartenenza culturale in cui ci si forma, una specie di nichilismo in cui tutto e il contrario di tutto sono la stessa cosa. Un nichilismo, vera malattia spirituale del nostro tempo, che fa trionfare l’egoismo, l’individualismo, la paura del diverso. Ma il rimedio non è pensare che non esistano differenze tra culture, tra sentimenti laici e religiosi che si generano attraverso educazioni in origine diversissime: ecco che, allora, diventa fondamentale quel “credere” nella nostra cultura che ci dà il sentimento di appartenenza a una tradizione, a una storia individuale e collettiva, e che poi, non fa altro che si svilupparsi attraverso l’educazione. Mai, però, quel “credere” potrà essere imposto per legge.

Tutta questa lunga premessa per dire che il presepio, dolcissima immagine della nostra tradizione cristiana, non potrà essere né reso obbligatorio, né proibito da una legge dello Stato. Il presepio appartiene alla “legge” del nostro cuore, del nostro sentimento culturale e va amato, non imposto. E se c’è chi – come c’è – che è così ignorante da ritenere che il presepio nella scuola non si debba fare per non offendere i sentimenti religiosi di altri studenti di altre confessioni, non ha senso ricorrere a una legge che lo difenda, perché la legge non genera un sentimento religioso di appartenenza a una tradizione. Nessuno riuscirà a impedire la rappresentazione dei nostri simboli e delle nostre ritualità religiose se noi crediamo profondamente nella nostra cultura: una credenza alla base della civiltà laica che non ammette discriminazioni religiose.
Non è una novità l’aggressione al sentimento cristiano operato da un banale laicismo che in questi anni ha voluto imporsi, proibendo l’esposizione nelle sedi pubbliche del crocefisso, innanzitutto, e degli altri simboli della tradizione cristiana nel nome della tolleranza delle altre fedi religiose appartenenti ai giovani che frequentano le scuole, alle persone che lavorano negli uffici pubblici. Si comprende il desiderio di mettere un argine alla violenza culturale che viene perpetrata verso chi desidera rappresentare il Natale col presepio, ma pensare che a difenderlo sia la burocrazia di una legge dello Stato, umilia proprio quel sentimento di amore e di nuova vita che esso rappresenta.

E per dirla alla Eduardo: “A me m’ piac o presep“.

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