Si è svolto il 24 luglio u.s. presso l’auditorium del Vocazionario di Pianura il convegno di presentazione del libro di Enzo Carro “Il Madagascar ha sete”.
In una sala piena, presenti al tavolo dei relatori a dialogare con l’autore, Padre Ciro Sarnataro, vicario dei Vocazionisti, Teresa De Giulio, voce narrante, Ennio Varchetta, moderatore.
Ad organizzare l’evento gli amici del gruppo Cultura & Territorio, Peppe Granillo, Fulvio Feo, Gianni Schioppo, Ciro Scognamiglio, Ennio Varchetta su idea di Vincenzo Nugnes.
A portare i saluti istituzionali è stato il Presidente della IX Municipalità Andrea Saggiomo.
Si è partito dal viaggio di Enzo Carro e del suo amico Giorgio Cioce con l’obiettivo di andare in Madagascar a costruire un pozzo d’acqua pubblica descrivendo i vari passaggi, il volo Napoli – Parigi e poi Parigi – Antananarivo, capitale del Madagascar. All’arrivo ad attenderli un pullman che dopo 14-15 ore di tragitto ha condotto i nostri escursionisti al villaggio Mahajanga nel nord del Paese. E del Madagascar si parla ma anche dell’Africa in generale, perché poi lì i paesi nella loro diversità si somigliano. Un’Africa con i suoi costumi, le sue abitudini antropologiche ma anche con realtà nuove e mutevoli.
Un’Africa antica ma al contempo moderna quella che si addentra nel terzo decennio del secolo. Non tanto perché sia cambiato quello che l’Africa è: la sua identità, cultura, ricchezza naturale e umana, la persistente crescita demografica, i molti suoi problemi – alcuni dei quali di sua esclusiva fattura, altri subiti. Quello che appare soprattutto cambiato è il suo modo di guardare sé stessa, di pensare il proprio ruolo in un contesto mutevole e multiforme, instabile, ricco di opportunità ma ancor più di pericoli. Cambia rapidamente il calcolo che essa fa di quello che può dare al resto del mondo, e di quello che può guadagnarne. È sempre l’Africa insomma, verrebbe da dire, ma anche un’Africa nuova.
Va da sé, ed è opportuno ripeterlo, che la parola “Africa” è una convenzione. L’Africa è una somma di differenze, unificata soltanto dalla geografia e dallo sguardo che la osserva dall’esterno. Questa avvertenza, sempre valida quando si parla del continente, lo è ancor più forse nell’oggi di cui stiamo ragionando, nel quale logiche e interessi regionali, diseguaglianze economiche tra Paese e Paese, diversità di storie e relazioni internazionali passate, e diversità di emergenze presenti, differenziano fortemente discorsi e scelte. Oltretutto, in questo primo quarto di ventunesimo secolo, attraverso l’epocale movimento migratorio di cui siamo testimoni, alla parola “Africa” si è aggiunta una nuova dimensione, una profondità di campo inedita, un moltiplicarsi di voci, perché oggi l’Africa è lì dove è sempre stata, ma è anche qui, in mezzo a noi, ampliando e avvicinando la prospettiva, l’eco, la cassa di risonanza di tutto quello che accade all’interno dei suoi confini.
Nuove e vecchie carestie determinano un accresciuto numero di sbarchi sulle coste europee; iniziative diplomatiche alterano gli schieramenti in corso in conflitti che si svolgono e poi iniziative private di singoli in collaborazione con missioni periodiche portano un po’ di sollievo a popolazioni in grosse difficoltà.
Il libro di Enzo Carro è pensato e scritto con la piena consapevolezza di questo divenire. L’autore, per la sua esperienza di musicista, attore, autore è osservatore sensibile di ciò che succede intorno a noi ed ha pensato che accettare l’invito dell’amico Giorgio fosse una cosa giusta da fare.
Nel salutare dunque la pubblicazione del libro, vengono in mente alcune osservazioni che la sua lettura suggerisce. Pensiamo che quello di un pozzo d’acqua in Africa sia un tema che oggettivamente ci è
distante. Noi, cresciuti nel benessere, abbiamo tutto a portata di mano. Tutto molto facile: spingi bottone o alzi levetta e il gioco è presto fatto: servirsi di acqua potabile è un meccanismo talmente immediato che lo ritieniamo dovuto quanto naturale. Non in Africa, dove l’acqua rappresenta ancora un obiettivo, rappresenta ancora una necessità che fa rima prepotentemente con vita. Sì, in Africa l’acqua è vita. La priorità è infatti quella di garantire l’accesso all’acqua nelle zone più remote del Paese, dove sono spesso assenti gli aiuti governativi. Se pensate che ogni pozzo d’acqua serve a comunità che vanno dalle cinquecento alle duemila persone, avete già ben chiari i sorprendenti risultati di questi interventi. A volte pensiamo che azioni così importanti ed incisive necessitino di strutture che non sono alla nostra portata.
I pozzi d’acqua sono di due tipologie: nuovi e rigenerati. Un pozzo d’acqua nuovo comporta la progettazione, costruzione e la perforazione del terreno fino ad oltre cinquanta metri di profondità. Il budget indicativo necessario a completare l’opera si avvicina ai trentamila euro. Un pozzo d’acqua è invece rigenerato quando da un pozzo già esistente si interviene perforando più in profondità, fino ad una nuova falda acquifera. Il budget per un pozzo rigenerato si aggira sui quattromila euro.
Generare un aiuto concreto a persone bisognose è una bella impronta del nostro passaggio su questa Terra. L’inaugurazione di un pozzo d‘acqua in Africa è una grande festa. Lunghe e gioiose canzoni fanno da cornice alla cerimonia che inizia con una lunga fila guidata dagli uomini del villaggio, a seguire le donne e infine i bambini. Ogni gruppetto ha il suo canto, la propria maniera di esprimere gratitudine attraverso voce e gesti. Questo insolito corteo termina dopo alcuni giri di fronte alla recinzione del pozzo. Entrano solo le donne del villaggio, insieme ad alcuni bambini. Sono infatti le donne che per chilometrici tragitti trasportando taniche di colore giallo alla ricerca quotidiana dell’acqua. Sono le donne che in questa giornata di festa beneficiano degli onori di quanto realizzato. Dopodiché l’intervento dei membri anziani del villaggio ciascuno esprimendo le proprie considerazioni su quanto fatto. “Tutti i salmi finiscono in gloria”, recita un antico detto. Anche in Madagascar si conclude la cerimonia mangiando.
Si impara che anche in Africa si esce dalla propria zona di comfrort quando si accetta di mettersi in ascolto. È facilissimo arrivare con al petto una ideologica coccarda di chi “comunque sta bene”. E, concludendo, l’autore ci dice che quando si osserva e si rispetta una cultura millenaria agli antipodi della nostra, quando si dá senza l’aspettativa di ricevere nulla in cambio, “giocando” a queste regole è facile capire che si ricevera’ tantissimo e si tornerà a casa non ricchi, ricchissimi.

Docente – Giornalista pubblicista
scrive di scuola, attualità, cultura. Collabora con periodici e quotidiani. È presidente di un’ associazione culturale, L’ElzeViro e membro della Stampa Campana – Giornalisti Flegrei. Con istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado promuove convegni e incontri su Educazione alla Legalità, Storia, Letteratura, Politica, Sociale. È docente di Sostegno – area umanistica con una specializzazione polivalente post laurea in strategie di inclusione nelle scuole Secondarie di secondo grado. Si è occupato per diversi anni di dispersione scolastica e minori a rischio in aree difficili della città di Napoli. Ha ricoperto svariati incarichi nelle scuole e negli istituti statali. Promotore di iniziative ed azioni progettuali come tavole rotonde, convegni di studio, concorsi letterari, presentazioni editoriali. È iscritto all’Associazione Nazionale Carabinieri.
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