C’è un’immagine che appartiene alla memoria di intere generazioni di italiani: una cattedra, una lavagna, i banchi allineati e, sulla parete, il crocifisso.
Per molti è stato semplicemente parte dell’arredamento scolastico, quasi un elemento naturale dell’aula. Per altri ha rappresentato invece un preciso simbolo religioso, la cui presenza in una scuola pubblica sembrerebbe difficile da conciliare con il principio di laicità dello Stato.
Negli ultimi anni, in diverse realtà scolastiche, il crocifisso sembra essere diventato sempre meno presente. Talvolta viene rimosso, talvolta rimane soltanto in alcune aule, talvolta la sua presenza diventa oggetto di discussione tra dirigenti, insegnanti e famiglie.
Ma davvero la scuola italiana è libera di scegliere se esporlo oppure no?
La risposta, dal punto di vista giuridico, è meno semplice di quanto spesso si racconti.
Una norma che viene dal Regno d’Italia.
Il riferimento storico più noto è il Regio decreto 30 aprile 1924, n. 965, relativo all’ordinamento degli istituti di istruzione media. L’articolo 118 stabiliva che ogni aula dovesse avere l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re.
A questa disposizione si affianca il Regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297, relativo all’istruzione elementare, il cui regolamento comprendeva il crocifisso tra gli arredi scolastici. Il provvedimento risulta tuttora presente nella banca dati ufficiale Normattiva.
È dunque corretto ricordare che l’origine della disciplina sull’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane è collocata negli anni Venti del Novecento, in epoca monarchica e fascista.
Meno corretto, invece, è sostenere che esista un unico Regio decreto che imponga il crocifisso indistintamente in tutti i luoghi pubblici.
Per gli uffici pubblici e per le aule giudiziarie esistevano infatti altre disposizioni, tra cui l’ordinanza ministeriale del 1923 e, per i tribunali, una circolare del Ministero della Giustizia del 29 maggio 1926.
Ma quelle norme sono ancora valide?
È questo il cuore della questione.
Nel corso degli anni si è sostenuto, da una parte, che le disposizioni degli anni Venti siano rimaste formalmente in vigore perché non espressamente abrogate; dall’altra, che esse debbano considerarsi superate, almeno nella loro portata originaria, dall’evoluzione dell’ordinamento italiano e dal principio costituzionale di laicità.
Il tema è arrivato davanti ai giudici.
Nel 2006 il Consiglio di Stato, pronunciandosi sulla vicenda che aveva coinvolto una scuola di Abano Terme, ritenne che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche avesse ancora una base normativa nei regolamenti del 1924 e del 1928 e non fosse incompatibile con il principio di laicità.
La questione arrivò poi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Lautsi contro Italia.
Nel 2009 una prima decisione aveva dato ragione ai ricorrenti. Ma nel 2011 la Grande Camera ribaltò quella conclusione: la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non fu ritenuta, di per sé, una violazione dei diritti garantiti dalla Convenzione europea.
È un passaggio fondamentale.
La Corte di Strasburgo non ha stabilito che il crocifisso debba essere necessariamente presente in ogni aula d’Europa, né ha trasformato il simbolo cristiano in un obbligo imposto dalla Convenzione. Ha però stabilito che la sua presenza nelle scuole italiane, considerato il contesto nazionale e il margine di discrezionalità riconosciuto agli Stati, non viola automaticamente la libertà religiosa degli studenti e delle famiglie.
Laicità non significa cancellazione: ed è proprio qui che la discussione dovrebbe diventare più culturale che ideologica.
La laicità dello Stato non significa necessariamente eliminazione di ogni simbolo religioso dalla sfera pubblica.
La laicità italiana, infatti, non coincide con un modello di radicale neutralizzazione dello spazio pubblico. È piuttosto un principio di libertà religiosa, pluralismo e imparzialità dello Stato nei confronti delle diverse confessioni.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto: «Il crocifisso è un simbolo religioso?»
La risposta è evidentemente sì.
La domanda più complessa è: «La presenza di un simbolo religioso in una scuola pubblica rende quella scuola meno laica?»
Qui le risposte possono essere diverse.
Per chi guarda al crocifisso esclusivamente come simbolo confessionale, la sua presenza sulla parete di un’aula pubblica può apparire come una contraddizione.
Per altri, invece, quel simbolo rappresenta contemporaneamente una tradizione religiosa e una parte della storia culturale italiana. È proprio questa seconda interpretazione che è stata valorizzata dalla giurisprudenza amministrativa italiana: il crocifisso può essere letto anche come richiamo a valori quali dignità della persona, solidarietà, tolleranza e rifiuto della discriminazione.
Una parete che racconta la nostra storia.
C’è poi un’altra questione, forse ancora più importante, che riguarda la memoria.
La scuola non è soltanto il luogo in cui si apprendono matematica, italiano e scienze, ecc. È anche uno spazio nel quale una società trasmette la propria storia, le proprie tradizioni e il proprio patrimonio culturale.
Il cristianesimo ha attraversato quasi duemila anni di storia italiana: l’arte, la letteratura, la musica, l’architettura, la filosofia, il diritto, le feste popolari, il paesaggio e perfino il calendario civile portano tracce profonde di questa presenza.
Togliere un simbolo non significa necessariamente cancellare quella storia. Ma ignorarne il significato storico e culturale rischia di produrre un’altra forma di semplificazione.
Allo stesso tempo, conservarlo non dovrebbe significare imporre una fede.
Ed è probabilmente proprio questa la difficile strada della scuola contemporanea: conservare la memoria senza trasformarla in imposizione; rispettare la tradizione senza negare il pluralismo; essere laici senza diventare necessariamente indifferenti alla propria storia.
Il vero problema è il significato che gli attribuiamo.
Forse, allora, il dibattito sul crocifisso dovrebbe uscire dalla contrapposizione fra «religiosi» e «laici».
Un’aula con un crocifisso non è automaticamente una scuola confessionale. E un’aula senza crocifisso non diventa automaticamente più laica.
La vera laicità si misura soprattutto nella libertà con cui ogni studente può entrare in quell’aula senza essere discriminato per ciò in cui crede, o per ciò in cui non crede.
Il crocifisso può essere guardato come simbolo della fede cristiana. Può essere letto come elemento della tradizione italiana. Può essere oggetto di critica. Può diventare occasione per studiare la storia delle religioni, dell’arte e della cultura europea.
Ciò che una scuola non dovrebbe mai fare è trasformarlo in uno strumento di esclusione.
Perché una società veramente pluralista non è quella che cancella tutti i simboli del proprio passato, ma quella capace di guardarli, comprenderli e discuterli senza paura.
E forse il crocifisso appeso alla parete di un’aula può ancora svolgere, anche per chi non crede, una funzione inattesa: ricordarci che la storia non si riscrive ogni volta che cambia la sensibilità del presente.
Si studia.
Si comprende.
E, soprattutto, si discute.

