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Famiglia, familismo amorale e familismo etico

Ricevo dal sociologo Sergio Mantile e pubblico.

Mezzo secolo fa, ho diciassette anni e sono andato in motocicletta a passare la pasquetta nel Cilento. Una gita di un giorno con un amico d’infanzia. Nel pomeriggio, al ritorno, mentre a sinistra scorre il litorale marino, vedo alla mia destra svolgersi un film collettivo sui prati e sugli argini dei corsi d’acqua. Un fiume ininterrotto di famiglie vocianti, con chitarre e fisarmoniche, bambini che corrono, gruppi di ragazze che ridono, una coppia che accenna una giravolta di danza sotto le esclamazioni e gli sberleffi di giovani e anziani. Una gioia diffusa, semplice, senza violenze di sorta. Ci fermiamo perché la moto sembra guastarsi di colpo. Chiediamo aiuto e diversi uomini cominciano ad armeggiare con il tubo della benzina e la manetta del gas, finché la moto torna a ruggire. Li ringraziamo, ma loro ci tengono ad offrirci anche una fetta di casatiello ed un bicchiere di vino. Poi ci lasciano andare via con saluti chiassosi. Erano stati per un momento la nostra famiglia, per la proprietà transitiva delle famiglie di allora. Mi sono andato convincendo da tempo – per personali osservazioni casuali ovvero di ricerca – che una delle eredità culturali più potenti di coesione sociale e omologazione etica in Italia sia stata la famiglia. Non come il luogo comune ideologico, caro ai conservatori di un tempo, che ne facevano il pretesto e il baluardo di resistenza ad ogni innovazione in campo lavorativo, educativo e dell’emancipazione femminile. Piuttosto come quella risorsa che gli americani negli anni Cinquanta avevano già perduto ma che ci invidiavano, seppure con un margine di presunta accondiscendenza al folklore.
In Italia, peraltro, abbiamo anche un’altra tradizione riferibile alla famiglia, il nepotismo. Se gli esempi più antichi li possiamo trovare già nella Roma imperiale, è sicuramente a partire dal 1200, con la storia della Chiesa e dello Stato Pontificio, che si afferma il nepotismo, come tendenza di alcuni pontefici a favorire i propri familiari, soprattutto i nipoti (ed i figli) indipendentemente dalle loro capacità e dai loro meriti. Poi, con la emersione dello Stato nazionale, tale tradizione ecclesiastica si è laicizzata, pervenendo potente e rinnovata fino ai partiti politici dei giorni nostri. In verità, nella versione partitica moderna si hanno due varianti, una tramandata, che inserisce prole e parentato di politici professionali in carriere eccellenti, ai vertici di imprese pubbliche e private, aprendogli l’accesso a condizioni di credito finanziario e lavorativo altrimenti irraggiungibili. E una moderna, ossia la variante dell’incapace/incompetente collocato politicamente negli uffici pubblici, dal più piccolo Ente comunale sino alle istituzioni statali centrali, per corrispondere prevalentemente a bisogni politico-partitici e non di idoneità e perizia per l’incarico.
Il familismo amorale, concetto creato da Edward Banfield, per individuare le basi morali di una società economicamente arretrata (come il comune di Chiaromonte, in Basilicata, presso il quale il sociologo americano aveva svolto una ricerca sul campo negli anni Cinquanta) sembra una ibridazione tra il familismo popolare, solidale ed intimamente etico, di cui al mio ricordo giovanile, ed il nepotismo politico-istituzionale attuale. Dove la solidarietà esiste ma si restringe nei limiti della famiglia più o meno allargata ed esclude le altre famiglie. Quello che è interessante di quel concetto – indipendentemente dalla sua capacità esplicativa di problematiche del Mezzogiorno d’Italia –  è che era stato immaginato per spiegare la questione dell’arretratezza economica. Come una modalità inefficace di una società senza risorse. Oggi, invece, è un modello esplicitamente promosso come vincente, per esempio nelle rappresentazioni massmediali delle famiglie di grandi imprenditori; oppure funzionalmente considerato tale sia dalle organizzazioni criminali, che da nuclei terribilmente privi di senso morale, come la famiglia Ciontoli, responsabile solidale (in solido) del giovane Marco Vannini.

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