DSA, quando imparare richiede strade diverse

Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia riguardano una parte significativa della popolazione scolastica. Le diagnosi negli anni sono aumentate, ma la sfida oggi è garantire percorsi adeguati senza patologizzare ogni difficoltà né abbassare le aspettative

Dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia sono disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) che possono rendere più complessi alcuni processi fondamentali della vita scolastica: leggere, scrivere, organizzare il gesto grafico, acquisire e utilizzare le abilità numeriche e di calcolo.
Negli ultimi anni la capacità di riconoscere queste difficoltà è cresciuta sensibilmente. In Italia, nell’anno scolastico 2010/2011 gli studenti con una certificazione di DSA rappresentavano circa lo 0,9% della popolazione scolastica considerata. Nel 2023/2024 la percentuale ha raggiunto il 6%, con oltre 350 mila studenti dalla terza classe della scuola primaria in poi.
L’aumento delle diagnosi non deve però essere letto automaticamente come un aumento della diffusione dei disturbi. Una maggiore capacità di individuare precocemente le difficoltà, insieme alla disponibilità di servizi e strumenti diagnostici più strutturati, può portare alla luce situazioni che in precedenza rimanevano senza una spiegazione.
Una difficoltà che può restare invisibile
I DSA sono condizioni del neurosviluppo. Non dipendono dalla scarsa intelligenza, dalla mancanza di impegno o dalla volontà dello studente.
Una difficoltà nella lettura, per esempio, può richiedere uno sforzo molto maggiore rispetto a quello necessario ai coetanei. Lo stesso può accadere con la scrittura o con il calcolo. Se il problema non viene riconosciuto, il rischio è che il bambino interpreti ripetuti insuccessi come una propria incapacità.
La diagnosi può quindi avere un ruolo importante anche sul piano psicologico ed educativo: permette di dare un significato alle difficoltà e di individuare strategie più adeguate per affrontarle.
Uno dei principali studi italiani sulla dislessia, pubblicato recentemente e condotto su quasi 10 mila bambini tra gli 8 e i 10 anni, ha evidenziato quanto possa essere rilevante il fenomeno delle diagnosi tardive o mancanti: quasi due bambini con dislessia su tre coinvolti nello studio non avevano ricevuto una diagnosi precedente.
Le differenze territoriali:
un altro elemento interessante riguarda la distribuzione delle certificazioni sul territorio nazionale.
Nel 2023/2024 la quota di studenti con DSA risultava pari al 7,9% nel Nord-Ovest e al 6,8% nel Nord-Est, mentre scendeva al 2,9% nel Mezzogiorno e nelle Isole.
Differenze di questa ampiezza non possono essere interpretate semplicemente come una diversa presenza dei DSA nelle diverse aree del Paese. È plausibile che incidano anche fattori legati alla possibilità di accedere alla diagnosi, alla disponibilità dei servizi, alle risorse delle famiglie e alla capacità delle istituzioni scolastiche e sanitarie di intercettare precocemente le difficoltà.
Le statistiche sulle certificazioni, dunque, descrivono non soltanto la presenza dei disturbi, ma anche la capacità del sistema di riconoscerli.
Gli strumenti non sono scorciatoie: una volta ottenuta la diagnosi, la scuola può predisporre un percorso didattico personalizzato e utilizzare strumenti e strategie adeguati alle caratteristiche dello studente.
Personalizzare non significa necessariamente semplificare gli obiettivi. Significa, piuttosto, modificare alcune modalità attraverso cui lo studente può apprendere e dimostrare ciò che sa.
Un ragazzo con dislessia può affrontare testi complessi utilizzando tempi e strumenti differenti. Una studentessa con discalculia può comprendere concetti matematici anche quando alcune procedure di calcolo risultano particolarmente difficili. Chi presenta disgrafia può avere competenze, conoscenze e capacità espressive che non vengono adeguatamente rappresentate dalla sola scrittura manuale.
Il principio è semplice: una difficoltà specifica non coincide con le capacità complessive della persona.
Il rischio di trasformare ogni difficoltà in una diagnosi: riconoscere i DSA non significa, però, considerare ogni difficoltà scolastica come il segnale di un disturbo.
L’apprendimento è un processo complesso e non procede allo stesso ritmo per tutti. Ci possono essere difficoltà temporanee, problemi legati al metodo di studio, alla motivazione, a situazioni familiari o scolastiche, oltre a numerosi altri fattori che non corrispondono necessariamente a un DSA.
Per questo la diagnosi richiede una valutazione specialistica e non può essere dedotta semplicemente dal rendimento scolastico.
Allo stesso tempo, anche una diagnosi corretta non dovrebbe diventare un’etichetta capace di definire interamente uno studente.
Una cultura della neurodivergenza: la sfida per la scuola non è soltanto riconoscere i DSA, ma sviluppare una cultura della neurodivergenza.
Significa comprendere che le persone possono apprendere e funzionare in modi differenti e che una caratteristica del neurosviluppo non determina da sola il potenziale di una persona.
Significa anche evitare due errori opposti: ignorare le difficoltà oppure trasformarle in un limite permanente.
L’obiettivo degli interventi didattici non dovrebbe essere quello di chiedere meno a uno studente, ma di metterlo nelle condizioni di affrontare il percorso scolastico con strumenti adeguati.
La diagnosi, in questo senso, non è un punto di arrivo e nemmeno una previsione sul futuro. È uno strumento per comprendere meglio una difficoltà e costruire intorno alla persona un percorso educativo più efficace.
Riconoscere una differenza non significa stabilire un limite. Significa creare le condizioni perché quella persona possa esprimere pienamente le proprie possibilità.

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