Diritti, libertà e inclusione: una società che cambia

Dal Pride flegreo alla trasformazione culturale e sociale del nostro Paese: visibilità, famiglia, fede, libertà di espressione e riconoscimento dei diritti in un confronto che riguarda tutti

In seguito al Pride flegreo, svoltosi lo scorso 19 settembre a Bacoli, vogliamo proporre alcune considerazioni, necessariamente non esaustive. Partendo dalla cronaca e dai diversi punti di vista che questo appuntamento ha suscitato, proviamo a osservare un fenomeno più ampio: quello di un mondo che cambia, nel quale mutano il linguaggio, i rapporti sociali, le sensibilità e il modo stesso di intendere diritti, libertà, famiglia e convivenza.
Il Pride di Bacoli, che ha coinvolto l’intera area flegrea, ha registrato una significativa partecipazione di cittadini, trasformando la manifestazione in un momento pubblico di confronto, presenza e visibilità. Presenti anche i sindaci di Bacoli e di Quarto, a testimonianza di una partecipazione istituzionale che ha accompagnato quella della cittadinanza.
Al di là delle diverse sensibilità sulle modalità con cui un Pride viene organizzato e vissuto, resta importante il messaggio di inclusione e di riconoscimento, non soltanto formale, dei diritti civili. Riconoscere a ogni persona pari dignità e libertà significa contribuire a costruire una comunità nella quale le differenze non siano motivo di esclusione. Una società più inclusiva è, di fatto, una società più libera: non perché elimini le differenze o imponga un unico modo di pensare, ma perché amplia lo spazio nel quale ciascuno può vivere, esprimersi e partecipare alla vita collettiva nel rispetto degli altri.

Dal fascismo alla visibilità

Basta guardare una fotografia di qualche decennio fa per capire quanto sia cambiato il nostro Paese. Per lungo tempo l’omosessualità è stata vissuta nel silenzio, nella vergogna e nell’emarginazione. Anche il linguaggio rifletteva i pregiudizi dell’epoca: termini come «pederasta», originariamente riferiti ad altri significati (dal greco antico: colui che ama i fanciulli) finirono per essere utilizzati anche in senso dispregiativo nei confronti degli uomini omosessuali.
Durante il fascismo il Codice penale Rocco del 1930 non introdusse un generale reato di omosessualità. Questo, però, non significò libertà. Il regime utilizzò strumenti di polizia e amministrativi per colpire comportamenti ritenuti socialmente indesiderabili e alcuni uomini sospettati di omosessualità furono sottoposti anche al confino. Lo stigma sociale rimase forte e l’omosessualità venne a lungo considerata una patologia dalla medicina e dalla psichiatria. La svolta arrivò progressivamente nel secondo dopoguerra e soprattutto dagli anni Settanta, quando nacquero i primi movimenti organizzati per la visibilità e i diritti. Nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità eliminò l’omosessualità dalla classificazione delle malattie mentali. In Italia, nel 2016, la legge n. 76 ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il cambiamento non è rimasto soltanto nelle leggi: è arrivato nelle piazze.

Il Pride e la libertà di dissentire

Il Pride nasce come manifestazione politica per rivendicare visibilità e diritti e nel tempo è diventato anche un grande evento popolare, con musica, colori e spettacoli.
Proprio queste modalità alimentano il confronto: alcuni le considerano una forma efficace di visibilità, altri criticano la presenza di nudità, linguaggi espliciti o atteggiamenti provocatori. Si può discutere delle forme di una manifestazione senza negare il diritto di manifestare, così come chi scende in piazza deve accettare che quelle forme possano essere criticate.
In una società libera, la libertà di esprimersi deve convivere con la libertà di dissentire. Il confronto, anche quando è acceso, non dovrebbe però mai trasformarsi in disprezzo, discriminazione o negazione della dignità dell’altro.

Coppie omosessuali e figli

Uno dei temi più delicati riguarda la possibilità per le coppie omosessuali di avere o crescere dei figli. Qui è importante distinguere due questioni: il diritto degli adulti a formare una famiglia e l’interesse del minore, che deve rimanere centrale.
Il dibattito riguarda anche le diverse modalità con cui un bambino può entrare in una famiglia: adozione, procreazione medicalmente assistita e, in altri Paesi, gestazione per altri. Sono questioni giuridiche, etiche e sociali complesse, che non possono essere ridotte a uno slogan.
Anche il linguaggio familiare è diventato oggetto di discussione. L’espressione «genitore 1» e «genitore 2» è stata utilizzata in alcuni contesti amministrativi per indicare in modo neutro i due adulti di riferimento, senza presupporre necessariamente una madre e un padre. Per alcuni rappresenta una forma di inclusione delle diverse realtà familiari; per altri rischia di rendere meno visibili parole come «mamma» e «papà», che conservano un forte significato affettivo e familiare. Il punto, anche in questo caso, è distinguere il linguaggio amministrativo dalla realtà affettiva: cambiare una definizione burocratica non cancella il significato che una madre o un padre possono avere nella vita di un bambino.

Anche la Chiesa ha attraversato questo cambiamento

Il tema ha coinvolto profondamente anche la Chiesa cattolica. Il Catechismo afferma che le persone omosessuali devono essere accolte «con rispetto, compassione e delicatezza» e che deve essere evitata ogni forma di ingiusta discriminazione. Allo stesso tempo, la dottrina cattolica continua a distinguere il matrimonio dalle unioni tra persone dello stesso sesso e mantiene una valutazione morale negativa degli atti omosessuali.
Le differenze dottrinali, quindi, rimangono, ma il confronto pubblico insiste sempre più sulla dignità della persona e sul rifiuto della violenza e dell’emarginazione.

Oltre le etichette

In pochi decenni l’Italia è passata da una realtà nella quale molte persone erano costrette a nascondere il proprio orientamento a una società in cui esistono maggiore visibilità e forme di riconoscimento giuridico. Restano però questioni aperte: il significato della famiglia, il rapporto tra diritti degli adulti e interesse dei figli, il linguaggio con cui descriviamo le diverse realtà familiari, il ruolo della religione e i confini tra libertà di espressione e rispetto dell’altro.
Non è necessario pensarla allo stesso modo per convivere. Una società pluralista non elimina le differenze: cerca di impedire che diventino motivo di esclusione, umiliazione o negazione della dignità Il riconoscimento dei diritti, però, dovrebbe avere un significato ancora più profondo: diventare normalità. Quando una persona può vivere liberamente i propri affetti, costruire la propria famiglia, esprimere la propria identità e partecipare alla vita della comunità senza dover continuamente rivendicare la propria dignità, allora il diritto ha davvero compiuto la sua funzione.
L’obiettivo non dovrebbe essere quello di creare categorie contrapposte, ma una società nella quale le differenze possano esistere senza trasformarsi in barriere. Una società più inclusiva è, di fatto, una società più libera, perché la libertà di ciascuno non sottrae libertà agli altri: la amplia. Prima delle etichette ci sono le persone, con le loro storie, i loro affetti, le loro convinzioni e le loro libertà. Il rispetto non significa necessariamente condividere le idee dell’altro, ma riconoscere che nessuno dovrebbe essere considerato meno degno di rispetto, di diritti e di opportunità per ciò che è o per chi ama. Forse è proprio questo il passaggio più importante: arrivare a un tempo in cui parlare di diritti, inclusione e dignità non significhi più parlare di eccezioni, ma semplicemente di normalità. Una normalità fatta di persone, che vivono insieme, con gli stessi diritti e le stesse responsabilità, dentro una comunità che appartiene a tutti.

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