Se Ci sono momenti in cui lo sport smette di essere soltanto competizione e diventa uno specchio del nostro tempo. È quello che si è visto anche al recente Salone del Libro di Torino 2026: migliaia di persone, incontri affollati, e una presenza sempre più forte dei libri sportivi. Non più un genere “minore”, ma uno spazio centrale della narrazione contemporanea.
La domanda, allora, è semplice: perché abbiamo così bisogno di raccontare lo sport?
Forse perché lo sport, da sempre, parla degli esseri umani. Delle loro paure, delle ambizioni, del desiderio di vincere e della difficoltà di perdere. In fondo, accadeva già nella Grecia antica. Ventotto secoli fa i greci usavano due strumenti per rappresentare sé stessi: l’epica e gli agoni sportivi. Omero e le Olimpiadi.
Nel XXIII canto dell’Iliade, Achille organizza giochi funebri in onore di Patroclo. Non è un episodio secondario: arriva subito dopo la violenza della guerra e prima del momento più umano del poema, l’incontro fra Achille e Priamo. In mezzo, Omero mette lo sport, quasi a suggerire che la competizione possa trasformare la violenza in qualcosa di regolato, umano, condiviso.
Dentro quei giochi c’è già tutto ciò che ancora oggi riconosciamo nello sport: il talento, l’orgoglio, il tifo, il prestigio, la paura della sconfitta. Ma soprattutto c’è una differenza fondamentale rispetto alla guerra: nello sport il conflitto ha un limite, riconosce l’avversario, accetta delle regole.
Forse è proprio questa la forza narrativa dello sport. Mettere in scena il conflitto senza arrivare alla distruzione.
Per molto tempo, però, la cultura italiana ha guardato con sospetto la letteratura sportiva. Raccontare una partita o una corsa sembrava qualcosa di meno “alto” rispetto ai grandi temi della letteratura. Eppure negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Libri come “Open” di Andre Agassi,
ex tennista e allenatore di tennis statunitense,
hanno mostrato che lo sport può diventare un grande racconto umano: non soltanto vittorie e sconfitte, ma identità, solitudine, ossessione, fatica.
Anche gli sport che scegliamo di raccontare cambiano con la società. Nel Novecento italiano il ciclismo e il calcio erano i grandi sport popolari: raccontavano la dimensione collettiva, la fatica condivisa, il senso di appartenenza. Oggi, invece, il centro dell’immaginario sembra essere il tennis.
Non è difficile capire perché. Il tennis è uno sport individuale, mentale, quasi solitario. Ogni errore è visibile, ogni responsabilità ricade sul singolo. È lo sport perfetto per un’epoca in cui ciascuno si sente continuamente esposto, giudicato, messo alla prova.
David Foster Wallace, scrittore e saggista statunitense, che per il
tennis aveva una grande passione tanto da trasformare questo sport in una metafora della vita e in un’autentica esperienza religiosa,
aveva capito molto bene questa dimensione.
Nei suoi scritti il tennis non è solo tecnica o spettacolo, ma un modo per riflettere sul controllo, sul tempo, sull’ansia della prestazione. Il campo diventa una metafora della vita contemporanea.
E forse anche il futuro dello sport narrato andrà in questa direzione. Gli sport estremi, quelli di resistenza, le arti marziali miste, gli sport femminili: tutti raccontano trasformazioni profonde della società, del corpo e delle relazioni.
Ogni epoca, in fondo, sceglie gli sport che la rappresentano meglio.
La Grecia antica aveva scelto l’agone per dare forma al conflitto. Il Novecento italiano aveva scelto il calcio e il ciclismo per raccontare il popolo e la fatica collettiva. Noi oggi scegliamo il tennis perché viviamo nell’epoca dell’individuo solo davanti alla propria performance.
Ma il motivo per cui continuiamo a raccontare lo sport è rimasto lo stesso da quasi tremila anni: dentro una gara cerchiamo qualcosa che assomigli alla vita.

