Recentemente si è tenuta la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Un appuntamento importante che, anno dopo anno, non deve rischiare di scivolare nella ritualità, ma richiamare una questione tutt’altro che rituale: la qualità delle relazioni tra adolescenti e la tenuta educativa degli adulti che li accompagnano.
Il blog di Giò altre volte si è interessato del fenomeno, provando a leggerlo con lo sguardo lungo della riflessione culturale. Torna a farlo oggi, senza pretese e senza volersi sostituire in alcun modo alle azioni specialistiche messe in campo a livello locale e nazionale. L’obiettivo non è offrire soluzioni tecniche, ma contribuire a mantenere vivo uno spazio di consapevolezza.
I dati diffusi nel 2025 da Telefono Azzurro (Onlus italiana attiva da oltre 35 anni per difendere i diritti di bambini e adolescenti da abusi, disagi e pericoli: offre supporto gratuito h24 tramite il numero 114 per emergenze) segnalano centinaia di casi di bullismo e cyberbullismo seguiti dall’associazione, con una netta prevalenza di attacchi legati alle caratteristiche fisiche. Un elemento che colpisce non solo per la sua frequenza, ma per il significato simbolico: il corpo, proprio nell’età in cui è più esposto e vulnerabile, diventa bersaglio privilegiato.
Le ricerche confermano la portata del fenomeno. Recenti sudi evidenziano che oltre un milione di studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver subíto episodi di cyberbullismo nell’ultimo anno, mentre una quota significativa ammette di aver agito comportamenti aggressivi online almeno una volta. Non si tratta di episodi isolati , ma di un clima relazionale in cui l’offesa digitale tende a normalizzarsi.
Il cyberbullismo non è soltanto la prosecuzione del bullismo tradizionale con altri mezzi. È un salto qualitativo: l’aggressione non si esaurisce nello spazio fisico della scuola, o in altri luoghi (centri sportivi, di aggregazione…) ma si prolunga nel tempo e nello spazio digitale. L’umiliazione può essere condivisa, replicata, commentata. Non esiste più un confine netto tra dentro e fuori,tra aula e vita privata. Questa continuità altera profondamente la percezione di sicurezza dei ragazzi.
Anche il linguaggio culturale ha provato a intercettare il tema. Lo scorso anno il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” ha portato nelle sale italiane una narrazione intensa del bullismo, ricevendo apprezzamenti dalla critica e coinvolgendo numerose scolaresche. In molte città le proiezioni sono state seguite da dibattiti e incontri formativi. Il cinema, in questi casi, non è semplice intrattenimento ma dispositivo pedagogico: aiuta a nominare il dolore, a riconoscere dinamiche che spesso restano sommerse.
Eppure, al di là dei numeri e delle rappresentazioni artistiche, il contrasto al bullismo si gioca soprattutto nei luoghi ordinari della crescita. La famiglia, microcosmo fondamentale, rappresenta il primo punto di ascolto e di presa in carico. È lì che i segnali di disagio possono essere colti nella loro fase iniziale. Ma non sempre gli adolescenti riescono a portare in casa ciò che vivono fuori : la vergogna, il timore di non essere compresi, la paura di aggravare le preoccupazioni dei genitori possono generare silenzio.
Accanto alla famiglia c’è la scuola, prima e decisiva agenzia educativa. Non solo luogo di trasmissione del sapere, ma spazio relazionale complesso in cui si costruiscono appartenenze e si sperimentano conflitti. Spesso e’ proprio tra i banchi che una situazione di bullismo trova le prime parole: in un colloquio con un insegnante capace di ascolto , in una relazione educativa che non riduce lo studente a un voto. Molti ragazzi che non riescono a elaborare in famiglia il proprio disagio trovano nella scuola un adulto disposto ad accoglierlo e a orientarlo verso un aiuto adeguato.
È qui che si misura la responsabilità condivisa. Le azioni specialistiche, protocolli, sportelli di ascolto, interventi istituzionali, sono indispensabili. Ma senza una trama quotidiana di attenzione educativa rischiano di restare interventi a valle. La prevenzione autentica passa da un’educazione emotiva costante, da una vigilanza relazionale che non confonda lo “scherzo” con l’umiliazione, da una cultura digitale che restituisca peso alle parole.
Tornare a parlare di bullismo, anche da uno spazio editoriale come questo, significa rifiutare l’assuefazione.Significa ricordare che dietro ogni percentuale c’è una storia concreta, e che la qualità di una comunità si misura anche dalla sua capacità di proteggere i più fragili senza delegare tutto all’emergenza.
